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  • mercoledì 18 luglio 2012

«Non me la sento di ostacolare quei loro desideri»

Adriano Sofri prosegue la discussione sul matrimonio gay riavviata dopo l'assemblea nazionale del PD, e risponde a Giuliano Ferrara e ad Avvenire

A momenti torna vivace la discussione sui pari diritti per gli omosessuali e il matrimonio gay, e si spera che dopo ogni momento le questioni abbiano fatto qualche passo avanti. Ora siamo in uno di quei momenti, avviato dalle tensioni all’Assemblea Nazionale del Partito Democratico di sabato, e il presidente del PD Rosy Bindi ha risposto martedì su Repubblica a un articolo di Adriano Sofri, mentre sul Foglio diceva la sua Giuliano Ferrara, e altri interventi comparivano su diversi giornali. Oggi sul Foglio Sofri risponde a Ferrara e a Francesco D’Agostino che ha scritto sull’Avvenire.

Caro Giuliano, ho letto alcune reazioni alle mie opinioni sul Pd e i diritti civili, esposte su Repubblica lunedì: quella di Rosy Bindi su Repubblica, di Francesco D’Agostino sull’Avvenire, e la tua qui. La discussione con Bindi riguarda essenzialmente la posizione del Pd, che dal tuo punto di vista è secondaria, dunque qui la ignorerò. Non pretendo di rispondere punto per punto; mi interessa chiarire un paio di questioni che mi stanno più a cuore. D’Agostino trova che io ricorra a un sofisma quando propongo che le persone siano libere di considerare il proprio legame di coppia come un matrimonio, e sostiene che “tutti gli argomenti portati a favore del matrimonio gay (in sintesi: la tutela dei diritti delle coppie omosessuali) sono fragilissimi…”. Vorrei intanto obiettare a questa “sintesi”. Io non ne so abbastanza, essendo stato costantemente eterosessuale e presto sposato e separato: quando mi sposai (civilmente, perché non ero e non sono credente) non lo feci “per tutelare i diritti della coppia”, ma perché ero innamorato e ricambiato e condividevo una cultura, per esempio quella dei miei genitori (cattolici credenti, loro) per la quale il matrimonio era la sanzione simbolica più impegnativa di una scelta d’amore. Come tante altre persone della mia generazione e di quelle successive, ho cambiato più tardi il mio modo di pensare e di sentire.

(continua a leggere sul Foglio)

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