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  • mercoledì 18 Luglio 2012

A che punto sono le liberalizzazioni a Cuba

Vanno a rilento, soprattutto dopo le nuove regole doganali svantaggiose per le piccolissime imprese private nate da poco

Dopo più di cinquant’anni di stretto controllo statale (dal 1959, anno della vittoria di Che Guevara e Fidel Castro), da un anno e mezzo a Cuba è stata avviata una riforma verso l’economia liberista. I provvedimenti approvati fino a ora dal governo cubano (a partire dall’aprile 2011 nel VI Congresso del Partito Comunista) hanno reso possibili le assunzioni private da parte delle imprese, l’acquisto di elettrodomestici ad alto consumo, la compravendita di auto, nuove licenze a più di cento categorie professionali per migliorare la produttività, la compravendita di case, la concessione di aree agricole a famiglie di contadini e la possibilità di aprire imprese private.

Nell’ultimo mese, quest’ultimo provvedimento sembra però aver subito un forte rallentamento da parte del governo che avrebbe infatti deciso di imporre dal prossimo 3 settembre nuove disposizioni doganali per regolare il pagamento degli articoli senza carattere commerciale: si tratta di quei prodotti di importazione che la Dogana Generale della Repubblica classifica come “miscellanea” (vestiti, calzature e simili) le cui spedizioni avvengono verso l’isola per via aerea e marittima.

Il nuovo sistema (le cui regole sono state pubblicate sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica di Cuba del 2 luglio 2012) andrà però a influire sulle importazioni che sono fondamentali per moltissime nuove imprese, spesso ambulanti.  Sono aziende estremamente modeste a causa delle scarse possibilità di acquisto da parte dei cubani: nei centri più piccoli, la media mensile di uno stipendio è infatti di 20 dollari. Con questo nuovo provvedimento, dicono diversi osservatori, la situazione potrà solo peggiorare: nel momento in cui aumenteranno i dazi, diminuirà la concorrenza di ciò che proviene dai mercati esteri e cresceranno anche i prezzi di quello che verrà acquistato dalle imprese e poi rivenduto.

Nel Paese, su una popolazione di circa 11 milioni di persone, i cubani che hanno scelto di aprire una propria attività sono circa 387mila. E mentre il settore privato cresceva, aumentavano sia la quantità di merci introdotte a Cuba (più o meno legalmente in valigie e borse da viaggio) sia una sorta di  commercio parallelo di vendita “casa per casa” tra amici e parenti.

Un po’ meno stato e più mercato, con pochi cambi dal punto di vista politico, sembra essere il modello che Raul Castro sta cercando di realizzare a Cuba, ma sono in molti (economisti, uomini d’affari e diplomatici) a credere che il presidente si stia muovendo con eccessiva cautela a causa della resistenza dei funzionari statali poco disposti a perdere i loro privilegi e dei conservatori preoccupati dell’impatto sociale e politico che potrà avere la nuova forma economica. C’è anche chi, visto i recenti provvedimenti sui dazi, sta mettendo in discussione non solo la capacità ma anche la volontà del governo di procedere verso il liberismo.

Raul Castro, in un discorso a dicembre, aveva spiegato che il governo avrebbe dovuto comportarsi «senza fretta e senza alcuna improvvisazione, lavorando per superare la dogmatica vecchia mentalità e per correggere gli eventuali errori in modo tempestivo». Lo scorso aprile, Castro si era anche impegnato a spostare il 40 per cento della produzione del Paese dal settore statale a quello privato nei prossimi cinque anni. Il tempo, per tale trasformazione, sembra però essere un elemento fondamentale e, fino ad ora, il ritmo del cambiamento è stato troppo lento soprattutto per chi, a causa della concorrenza, dei bassi margini di guadagno e della mancanza di esperienza è nel frattempo fallito.

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(Nella foto: venditori nelle strade di L’Avana – STR/AFP/Getty Images)