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  • martedì 19 Giugno 2012

Quando trovarono Calvi

La ricostruzione della mattina del 18 giugno 1982 a Londra, nel libro del giornalista Ferruccio Pinotti

La mattina del 18 giugno 1982, il corpo di Roberto Calvi fu trovato impiccato a una corda legata sotto un ponte di Londra. Calvi aveva 62 anni ed era stato un importantissimo banchiere italiano, al centro di eventi tra i più importanti della finanza e della politica italiana, e sotto accusa per il fallimento del Banco Ambrosiano e per altre vicende oscure e criminali dell’attualità di allora, che coinvolgevano le finanze vaticane e il finanziere e criminale Michele Sindona. Nel 2005 il libro “Poteri forti” (BUR) del giornalista Ferruccio Pinotti propose una ricostruzione di queste vicende (molto contestata dall’Opus Dei, che vi è chiamato in causa intensamente) in cui aveva molto spazio un’intervista con il figlio di Roberto Calvi, Carlo. Questo è il capitolo sulla fine di Calvi, quel 18 giugno.

Alle 7.30 del mattino del 18 giugno un impiegato del «Daily Express» che stava passando sulla riva del Tamigi notò qualcosa di strano: «Mentre camminavo lungo il Tamigi, gettai un’occhiata sul fiume. In un primo momento vidi solo una testa tra i pali di ferro di un traliccio. Mi affacciai sulla spalletta del fiume per vedere meglio e scorsi il corpo di un uomo appeso a una fune color arancio. L’uomo indossava un vestito di ottima qualità».

La River Police intervenne e tagliò la corda che reggeva il cadavere, che venne adagiato sull’asse di legno dell’impalcatura. Nelle tasche, oltre al passaporto intestato a Gian Roberto Calvini, trovarono dollari, sterline, franchi svizzeri per un controvalore di circa 23 milioni. La polizia scoprì subito anche due orologi, entrambi Patek Philippe: uno da polso, già danneggiato dall’acqua, che si era fermato alle 1.52; uno da taschino, fermo alle 5.49. Nelle tasche e nei pantaloni erano state infilate pietre che pesavano quasi cinque chili. Vi erano inoltre diversi foglietti di carta, alcuni dei quali riportavano cifre incomprensibili: uno era una pagina strappata dell’agenda di Calvi, con vari nomi sotto la lettera F: Rino Formica, il ministro socialista delle Finanze; Alberto Ferrari, che aveva fatto parte della Banca Nazionale del Lavoro e della P2. Vi era il biglietto da visita di un malavitoso, tale Alvaro Giardili, ma anche il numero di monsignor Hilary Franco, in Vaticano, così come l’indirizzo a Washington della moglie e del figlio. Ma c’era anche dell’altro. E qui emerge, dalle dichiarazioni di Carlo Calvi, un ultimo e inquietante mistero.

«Mio padre aveva in tasca, quando è morto, un biglietto da visita di un importante avvocato londinese, Colin MacFadyean, un grosso avvocato della City riconducibile agli ambienti dell’Opus Dei. Quando l’hanno trovato, sotto il Blackfriars Bridge, aveva in tasca tutta una serie di pezzi di carta, che furono resi noti dagli investigatori alla Prima Corte del Coroner. Ma non tutte le cose che aveva in tasca furono consegnate alla polizia. Nel marzo-aprile dell’83, quando noi ci siamo presentati all’Alta Corte inglese per domandare di avere una nuova inchiesta e di annullare la prima, mi è capitato uno strano episodio: un giorno vado negli uffici dei miei avvocati a Londra e uno di loro mi chiede se mio padre aveva in tasca il biglietto da visita di un noto avvocato londinese. Poi ho incontrato il giornalista Charles Raw nella sede del “Sunday Times”, dove lui si era creato un archivio sul caso di mio padre. E mi ha raccontato che Paul Foot, un giornalista del “Guardian”, aveva saputo dalla figlia dell’avvocato MacFadyean che Roberto Calvi aveva in tasca quel biglietto da visita, il biglietto da visita del padre. Raw mi disse che Paul Foot non se la sentiva di parlarne.

«Questa storia l’ho saputa un mese prima della seconda inchiesta del Coroner. Fatto sta che il biglietto da visita di MacFadyean non venne presentato in quell’occasione. Allora io ne ho parlato con George Carman, il nostro solicitor, che chiamò l’ispettore White e gli chiese di sapere con precisione e completezza quali fossero le carte che erano nella tasche di mio padre. Fatto sta che durante l’estate dell’83 la storia della manomissione delle carte che erano addosso a mio padre circolava in giro.

«Il giornalista del “Guardian”, recentemente, ha deciso di parlare ed è uscito sul “Daily Mirror” con la storia di questo MacFadyean, dopo di che la polizia ha confermato che loro non avevano consegnato questa carta – il biglietto da visita – perché questo MacFadyean è un personaggio inglese molto in vista e rispettabile.»

«Ora il discorso è molto semplice: mio padre aveva due biglietti da visita in tasca: uno di Alvaro Giardili, che era lo stesso biglietto che aveva in tasca Vincenzo Casillo [il killer mafioso indicato come possibile esecutore materiale dell’omicidio, a sua volta ucciso, N.d.A.] quando lo hanno fatto saltare per aria. Giardili era un camorrista, un malavitoso. Certo, quando mio padre è morto non ha fatto nessun effetto trovargli in tasca il biglietto da visita di un malavitoso; dava invece fastidio che avesse in tasca quello di un importante avvocato della City, titolare di un famoso studio legale attivo in importanti affari e transazioni finanziarie. È come se chi ha valutato le carte trovate in tasca a Calvi avesse detto: “Il biglietto da visita del malavitoso Giardili te lo lasciamo in tasca, l’altro no” e così hanno fatto sparire quello di MacFadyean. È quindi molto importante che la Metropolitan Police faccia una nuova indagine per appurare che genere di “coperture” ci sono state in questa circostanza. Il nome di MacFadyean l’abbiamo ricondotto a quello di Mc Caffery, rappresentante in Italia della banca Hambros di Londra, molto legato a gruppi maltesi che avevano interessi con l’Opus Dei in Spagna. MacFadyean è riconducibile all’Opus Dei. Lui nega di aver mai incontrato mio padre, ma io so che non è così. E queste sono cose che può scoprire la magistratura inglese meglio di quella italiana. Ci sono stati parecchi sviluppi che hanno suggerito l’esistenza di un contatto finale tra mio padre e l’Opus Dei.»

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