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  • venerdì 15 Giugno 2012

L’aborto forzato di Feng Jianmei

La storia di una donna costretta ad abortire al settimo mese ha fatto scusare il governo cinese e fa parlare di nuovo della politica del figlio unico

di Davide Piacenza

Da diversi giorni in Cina – ma soprattutto fuori dalla Cina – si discute della storia di Feng Jianmei, una ragazza cinese di 23 anni. Feng Jianmei ha un figlio ed era incinta, contravvenendo così alla cosiddetta “politica del figlio unico” adottata in Cina a partire dal 1979. Impossibilitata a pagare la multa prevista dalle leggi – l’equivalente di quasi 5.000 euro – è stata picchiata da tre funzionari e costretta tramite un’iniezione a interrompere la sua gravidanza, che era arrivata al settimo mese. Due giorni dopo il feto è stato espulso.

A differenza di altri casi anche molto simili, il caso di Feng Jianmei è stato raccolto dall’opinione pubblica e da parte dei media. Il 14 giugno Feng Jianmei era in testa ai trending topic di Weibo, la piattaforma di microblogging più usata in Cina. Presto sono iniziate a circolare online le foto della ragazza e del feto. Le autorità cinesi sono intervenute, allora. Un esponente del partito è andato a trovare la ragazza e il marito in ospedale, chiedendo scusa per l’accaduto e assicurando che i tre funzionari sono stati rimossi dai loro incarichi.

La “politica del figlio unico” è stata inaugurata nel 1979 da Deng Xiaoping, quando il paese contava un quarto della popolazione mondiale, ed è sempre stata al centro di molte critiche. La politica prevede che alla maggior parte dei genitori cinesi sia proibito avere più di un figlio, allo scopo di bilanciare l’esplosione demografica di cui il paese è stato oggetto fin dagli anni Sessanta. Quella del figlio unico è la principale politica di controllo del tasso di natalità, che in Cina è parte di un programma detto di “pianificazione familiare”. Per sposarsi e fare un figlio – fatte salve alcune eccezioni – è necessario dotarsi di una licenza emessa dallo Stato, pena il pagamento di multe costose o, spesso, dell’aborto coatto.

Le stime ufficiali governative assicurano – riferendosi al periodo 1979-2011 – di aver ostacolato un totale di circa 400 milioni di nascite e, anche se si tratta di numeri intenzionalmente esagerati, la pianificazione demografica è diventata una parte importante della strategia politica di Pechino: la stessa vicenda di Chen Guangcheng, da poco conclusasi con l’arrivo dell’avvocato attivista a New York, ruota intorno al tema degli aborti forzati, cui Chen si oppone fieramente da anni. Nel 2008 fece altrettanto scalpore il caso di Jin Yani, una donna costretta ad abortire al nono mese di gravidanza perché, pur trattandosi del suo primogenito, non aveva fatto richiesta del permesso di nascita governativo.

Stando ai dati forniti da diverse ONG, da un rapporto del 2009 del Dipartimento di Stato americano e alle testimonianze di molti cittadini cinesi, le repressioni della Commissione di pianificazione familiare causano migliaia di aborti e sterilizzazioni l’anno.

Nel 2008 Pechino aveva dichiarato che i controlli sulle nascite sarebbero continuati “perlomeno ancora per un decennio”, per poi correggere il tiro due anni dopo, affermando che molti cittadini non erano più toccati dalla pianificazione, che sarebbe quindi terminata nel 2015. Nel marzo dell’anno scorso, infine, il governo ha dato segnali di apertura nei confronti di un’ipotetica “politica dei due figli”, finora caduti nel vuoto.

foto: una manifestazione per Chen Guangcheng e contro la politica del figlio unico a Hong Kong, il 4 maggio 2012. (LAURENT FIEVET/AFP/GettyImages)