Il ritorno dei morti

"I primi tornarono a nuoto", un mondo pazzesco e ipnotico raccontato nel nuovo romanzo di Giacomo Papi

di Giacomo Papi

La sera in cui la morte tornò, gli alberi del viale che Adriano Karaianni percorreva ogni giorno per andare in ospedale si ricoprirono improvvisamente di fiori. Al mattino non li aveva notati, i rami erano ancora spogli, ed era strano perché di solito la primavera arriva di notte, quando dormono tutti. L’inverno finiva. Il verde scattò, le auto si rimisero in moto, e l’aria fredda che filtrava da fuori gli sembrò di colpo più nuova. Rabbrividì. Da sempre le cose che iniziano gli facevano paura.

Il giorno precedente, durante la prima ecografia, aveva provato la stessa inquietudine. Maria era incinta da quindici settimane, ma il cuore del bambino batteva già in modo furioso. Sul monitor si vedeva soltanto una specie di girino addormentato. Poi la ginecologa aveva alzato il volume e dalle casse era uscito un fruscio così fragoroso che si era chiesto come facesse un cuore di neanche un millimetro a essere già così vivo.
A quell’ora, il traffico era un groviglio di creature metalliche e semafori. Un istante prima che si togliesse il camice, Maria lo aveva chiamato per ricordargli di comprare il latte. Era tardissimo, ma forse il supermercato era aperto. Si guardò nello specchietto. I capelli erano già grigi. Aveva compiuto trentotto anni da un mese. Un gigante alto quasi due metri e pesante un quintale. Il bambino lo avrebbe visto così. Accese l’autoradio. Dietro di lui qualcuno suonò il clacson. Si rimise in movimento. Alla fine della strada, sulla sinistra, dopo una rotonda, vide l’insegna gialla. Le vetrine erano ancora accese e c’era un posto libero, non doveva scendere nel parcheggio sotterraneo. Si avviò a passi veloci nel portico, superò i carrelli e varcò l’ingresso. Un uomo in giacca e cravatta, due guardie giurate e una cassiera in grembiule, in piedi davanti alle casse, si voltarono a guardarlo.
– È aperto? Devo prendere solo una cosa, faccio in un attimo.
– Rimanga lì che gli blocchiamo l’uscita.
– Gli blocchiamo a chi, scusi?
– C’è un vecchio tutto nudo che non si fa prendere. Salta come un indemoniato.
– Come tutto nudo? Sono medico, magari sta male.
Un frastuono violento giunse dal fondo. Qualcosa di pesante era crollato. L’uomo in giacca e cravatta alzò la mano sinistra indicando verso il banco della gastronomia. Adriano notò che gli mancava una falange dell’anulare.
– Eccolo! L’ho visto! È là in fondo.
Una delle guardie scattò. Anche gli altri si mossero. Adriano sentì dei passi attutiti, rapidi.
Fu in quell’istante che, per la prima volta, lo vide. Se ne stava là in piedi, immobile, a non più di cinque metri da lui. Nudo, dentro un corpo consunto di vecchio, magro e pallido come una betulla d’inverno. Aveva lo sguardo spaurito di uno catapultato in un altro universo. Lo guardò. Si guardarono. Sosteneva il suo sguardo, perplesso e incuriosito, ma pronto alla fuga. La guardia comparve correndo in fondo alla corsia. Le chiavi gli battevano sulla coscia. Ma si arrestò.

Adriano fece per parlare. Il vecchio tese i muscoli. Si rintanò nelle spalle, piegò un po’ le gambe ed esplose un salto da scimmia in avanti, poi uno a sinistra, il piede destro come perno, per issarsi sulla parete che lo separava dalla seconda corsia, le mani avvinghiate all’ultimo scaffale, l’altra gamba che cercava un appoggio per scavalcare.
– Scappa di nuovo!
La guardia gli si aggrappò alle gambe con tutto il suo peso. Adriano urlò.
– Ma cosa fa? Non vede che gli fa male?
Anche la seconda guardia gli si era buttata addosso e cercava di tirarlo giù.
– L’ho preso! Ce l’ho! Aiutami.
– Molla quello scaffale. Lasciati andare!
Il vecchio emise un suono flebile e acuto, da grande insetto ferito. Arrivarono anche il direttore e la cassiera. Adriano tentava di farli ragionare, ma nessuno lo ascoltava. Il prigioniero abbandonò la presa e si lasciò cadere all’indietro tra le braccia della prima guardia. Sembrava la carcassa magra di un bue. Il gioco era finito. La caccia all’uomo aveva condotto alla cattura di una preda ridicola. La cassiera avvicinò una scaletta e gliela porse come sgabello.
– Si sieda, adesso, su, si calmi, faccia il bravo.
Il vecchio ubbidì. Abbassò la testa sul petto e sollevò gli occhi a guardarli, poi sommessamente si mise a ridere tra sé scoprendo un arco gengivale infiammato e privo di denti. Accavallò le gambe per nascondere il sesso. La tempia sinistra appariva tumefatta. Doveva aver preso un colpo durante la lotta. Adriano si avvicinò.
– Si sente bene?
– Sto bene, sì. Però ho molto caldo.
– Ve l’ho detto, sono un medico, posso vedere?
Era soltanto un’ecchimosi, per quanto estesa, ma l’età e il luogo della lesione consigliavano un controllo. L’uomo si fece visitare. Era quasi calvo, ma aveva i pochi capelli incredibilmente lunghi. Anche le unghie delle mani e dei piedi sembravano non essere state tagliate da anni.
– Si ricorda come si chiama?
– Serafino Currò.
– E dove abita, signor Currò?
– Qui vicino, quasi di fronte, al civico 3.

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