Distrarsi col ping pong

Ci giocano tutti, prima o poi, e i fotografi non vedono l'ora

Ogni volta che qualcuno del Post visita gli uffici di quelle grandi aziende della new economy o della comunicazione contemporanea – quelle dove secondo un romanzo di Giuseppe Culicchia i dipendenti girano sempre con una tavola da surf sottobraccio – torna commentando il fatto che tutti quei biliardini, videogiochi, palestra, eccetera, sono sempre deserti. Li usano davvero? O finisce che lavorano quindici ore al giorno e tutti quei giocattoli sono solo estetica “hipster” – come si dice adesso – e insomma, è inutile guardarli con invidia, anche qui al Post?

(Le foto delle sedi di Google)

Anche perché se è così verrebbe meno il lavoro di misurazione compiuto per capire se ci starebbe il tavolo da ping pong, in redazione (no, non ci sta, insiste il direttore) e la variopinta raccolta fotografica di artisti e personaggi notevoli che in passato si sono cimentati nel suddetto ping pong, messa insieme per dimostrare che successo professionale e diversivo sportivo non sono in contraddizione, e che i due anni compiuti dal Post oggi meriterebbero un regalo (piantatela, dice il direttore).

Non se ne fa niente, insomma. Restano le foto.