Monti risponde al Wall Street Journal

"Non ho mai cercato di essere la Thatcher dell'Italia, per cui non avrei obiezioni se decideste di ritirarmi il titolo", ha scritto in una lettera difendendo la riforma del lavoro

Sull’edizione di oggi del Wall Street Journal è stata pubblicata una lettera del presidente del Consiglio italiano, Mario Monti, che difende la riforma del mercato del lavoro, presentata il 4 aprile sotto forma di disegno di legge. Il giorno dopo, il quotidiano finanziario statunitense aveva pubblicato un editoriale dal titolo “Resa all’italiana” in cui aveva criticato la riforma, giudicandola “annacquata” rispetto al disegno iniziale, soprattutto per l’opposizione dura dei sindacati. Il Wall Street Journal aveva anche ritrattato parzialmente le lodi che aveva destinato a Monti solo una settimana prima, in un altro editoriale in cui paragonava il presidente italiano a Margaret Thatcher, il primo ministro conservatore e liberista del Regno Unito tra il 1979 e il 1990.

Mi sia permesso ringraziare il Wall Street Journal per l’editoriale del 27 marzo (“Monti Pulls a Thatcher”) e l’editoriale del 6 aprile (“Surrender, Italian Style”). Non ho mai cercato di essere la Thatcher dell’Italia, per cui non avrei obiezioni se decideste di ritirarmi il titolo.

A proposito delle questioni sollevate nel vostro editoriale, inizio dal contributo addizionale per la sicurezza sociale sui contratti a tempo determinato. Si tratta di una pratica giusta e comune a livello internazionale, dato che i contratti a tempo determinato costano di più alla società: è più probabile che una persona con un contratto a tempo determinato si trovi a un certo punto a essere disoccupata e richieda sussidi, rispetto a chi ha un contratto a tempo indeterminato. Questo contributo aggiuntivo era anche nella bozza originaria della riforma che voi avete mostrato di apprezzare il 27 marzo. Quanto all’ormai famoso articolo 18, la riforma introduce una procedura più rapida e dall’esito più prevedibile per gestire i licenziamenti per motivi economici e per altre ragioni oggettive. Per prima cosa, una procedura rapida e obbligatoria che non fa ricorso a un tribunale; quindi, se fallisce la conciliazione, il lavoratore può portare il caso davanti a un giudice, come avviene in altri paesi. In casi estremi, quando le ragioni economiche o oggettive per il licenziamento siano trovate “manifestamente insussistenti”, il giudice può decidere il reintegro del lavoratore invece della compensazione economica. In tutti gli altri casi in cui il giudice accerti che il licenziamento è semplicemente non giustificato, la compensazione avrà un valore massimo di 24 mesi di stipendio.

Si tratta di una riforma complessa che avrà un grande impatto positivo sull’economia italiana. Merita un’analisi seria piuttosto che giudizi sbrigativi. Suggerirei che, forse, il fatto di essere stata attaccata sia dalla maggiore associazione degli imprenditori che dal sindacato dei metalmeccanici, parte della principale confederazione sindacale, indichi che abbiamo operato un giusto bilanciamento. La riforma renderà complessivamente più flessibile il mercato del lavoro italiano mentre ridurrà significativamente l’attuale dualismo del mercato, anche grazie all’introduzione di una rete di protezione universale. Getta le fondamenta per maggiore produttività, crescita economica e occupazione.

Gli articoli del Post sulla riforma del lavoro

foto: JOHN THYS/AFP/Getty Images

Abbonati al

Dal 2010 gli articoli del Post sono sempre stati gratuiti e accessibili a tutti, e lo resteranno: perché ogni lettore in più è una persona che sa delle cose in più, e migliora il mondo.

E dal 2010 il Post ha fatto molte cose ma vuole farne ancora, e di nuove.
Puoi darci una mano abbonandoti ai servizi tutti per te del Post. Per cominciare: la famosa newsletter quotidiana, il sito senza banner pubblicitari, la libertà di commentare gli articoli.

È un modo per aiutare, è un modo per avere ancora di più dal Post. È un modo per esserci, quando ci si conta.