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  • mercoledì 7 dicembre 2011

L’attacco a Pearl Harbor

Le foto e la storia del micidiale attacco a sorpresa della Marina Imperiale giapponese alla base americana delle Hawaii, il 7 dicembre 1941

Alle 7.48 del 7 dicembre 1941 la base navale di Pearl Harbor, sede della Flotta del Pacifico della marina militare statunitense a Oahu, una delle otto isole principali delle Hawaii, venne colpita dai primi proiettili delle decine di aerei da guerra giapponesi che stavano eseguendo l'”operazione AI”, l’attacco a sorpresa che portò all’ingresso degli Stati Uniti nella Seconda Guerra Mondiale. Anche se nell’immediato l’attacco fu un successo quasi completo, questo non assestò all’apparato militare statunitense nel Pacifico il colpo mortale che aveva previsto il comando giapponese.

Prima di Pearl Harbor
Alla fine del 1941, mentre in Europa la Germania nazista portava avanti da sei mesi la sua offensiva contro l’Unione Sovietica arrivando alle porte di Mosca, il Giappone stava continuando la sua aggressiva politica di espansione nel sudest asiatico, minacciando le principali colonie occidentali nell’area (come l’attuale Malesia, allora britannica, o le Indie Orientali olandesi) dopo aver già occupato l’Indocina francese. L’attacco alla base navale principale della Flotta del Pacifico della marina statunitense (che ha ancora oggi sede a Pearl Harbor) intendeva rendere gli Stati Uniti incapaci di reagire agli ulteriori attacchi giapponesi alle colonie in Indocina e nelle Filippine, aree necessarie al Giappone per il rifornimento delle materie prime.

Un confronto militare tra il Giappone e gli Stati Uniti era ampiamente previsto da molti osservatori e dalla stessa maggioranza dell’opinione pubblica, ma a dicembre del 1941 tra i due paesi erano ancora ufficialmente aperti i canali diplomatici ed erano in corso negoziati. Oltre a questo, gli Stati Uniti non si attendevano un attacco nelle Hawaii, relativamente lontane dal teatro di guerra, e dove la Flotta del Pacifico era stata spostata da pochi mesi dalla precedente base a San Diego, in California.

L’attacco
La progettazione dell’attacco, che faceva capo al comandante in capo della Flotta Combinata giapponese, l’ammiraglio Isoroku Yamamoto, proseguiva dai primi mesi del 1941, ma l’autorizzazione definitiva dell’imperatore Hirohito arrivò solo il primo dicembre. La squadra di sei portaerei e diverse navi da guerra di supporto era già in mare da cinque giorni, partita da una base nel nord del Giappone.

Gli aerei giapponesi che parteciparono all’attacco furono oltre 350, divisi in due ondate. La prima ondata aveva l’obiettivo di cercare e prendere di mira i bersagli principali, identificati con le navi da guerra più grandi, tralasciando magazzini, basi dei sommergibili e centri di comando. La seconda ondata doveva attaccare altri obbiettivi eventualmente tralasciati dalla prima. Altri bersagli preferenziali erano gli aerei parcheggiati nelle basi, in modo da evitare una risposta aerea immediata.

Insieme all’attacco aereo, i giapponesi utilizzarono anche cinque minisottomarini partiti da altrettanti sottomarini maggiori che stazionavano a pochi chilometri di distanza dalla base, ma questa parte dell’attacco si rivelò un fallimento quasi completo, dato che quattro vennero distrutti o abbandonati dall’equipaggio senza aver causato danni rilevanti e di un quinto si persero le tracce, senza che facesse mai ritorno al sottomarino-base.

I soldati statunitensi furono colti completamente di sorpresa. Anche se la prima ondata, una flotta di 183 aerei da guerra (caccia, bombardieri e lanciasiluri) in arrivo da nord, venne rilevata da una piccola stazione radar dell’esercito statunitense quando era a circa 250 chilometri dalla base, venne scambiata con un gruppo di sei bombardieri il cui arrivo era previsto dagli Stati Uniti. La trentina di postazioni di artiglieria a difesa della base erano quasi completamente sguarnite, il livello di allerta era basso e le centinaia di aeroplani nelle basi aeree a poca distanza da Pearl Harbor erano parcheggiati molto vicini per evitare sabotaggi.

Tutte le otto maggiori navi da guerra presenti a Pearl Harbor al momento dell’attacco vennero danneggiate, e quattro vennero affondate nelle acque basse della laguna (cosa che avrebbe aiutato il recupero e la nuova messa in funzione di sei di queste nell’arco di pochi mesi). La seconda ondata di aerei giapponesi, divisa in tre gruppi (uno era destinato a un obiettivo secondario), consisteva di 171 aerei che arrivarono alla base quasi simultaneamente da diverse direzioni. Solo otto piloti dell’aviazione statunitense riuscirono ad alzarsi in volo, dei 402 aerei presenti nelle isole Hawaii.

Complessivamente, l’attacco durò solamente un’ora e mezzo ed ebbe effetti devastanti: morirono 2.331 soldati e 55 civili americani, quasi 1.200 nell’esplosione del magazzino degli armamenti della nave Arizona. I feriti furono 1.139. Le navi danneggiate o distrutte furono nel complesso diciotto. 188 aerei statunitensi vennero distrutti al suolo, oltre 150 furono danneggiati. In confronto, le perdite giapponesi furono leggerissime: 55 uomini, di cui un marinaio di un minisottomarino catturato dagli statunitensi l’8 dicembre, 29 aerei e i cinque minisottomarini.

Le conseguenze
Poche ore dopo l’attacco alla base di Pearl Harbor, il Giappone attaccò le Filippine, che erano sotto il controllo degli Stati Uniti. L’8 dicembre 1941 il presidente degli Stati Uniti Franklin D. Roosevelt pronunciò un celebre discorso davanti alle camere riunite del parlamento americano, dicendo che il 7 dicembre 1941 sarebbe stato “un giorno che vivrà nell’infamia”. Meno di un’ora dopo il Congresso approvò la richiesta del presidente di una dichiarazione di guerra al Giappone. Durante la guerra, l’attacco a Pearl Harbor venne usato molto spesso dalla propaganda (uno dei sottomarini incagliati nei pressi della base venne portato in giro per gli Stati Uniti nelle campagne che pubblicizzavano la sottoscrizione di buoni di guerra).

L’11 dicembre 1941 la Germania e l’Italia dichiararono guerra agli Stati Uniti, seguendo quando prescriveva il Patto Tripartito firmato a Berlino dai rappresentanti di Germania, Italia e Giappone nel settembre del 1940.

Anche se l’attacco a Pearl Harbor fu un successo nell’immediato, le sue conseguenze non furono così durevolmente favorevoli al Giappone come questi aveva progettato, per due motivi principali. Il primo fu che l’attacco a sorpresa spazzò via i dubbi dell’opinione pubblica statunitense sulla necessità di scendere in guerra contro il Giappone, ma anche contro i regimi fascista e nazista in Europa, mentre nei mesi precedenti il fronte dei sostenitori dell’isolazionismo degli Stati Uniti era sempre stato consistente. Dal punto di vista militare, poi, le tre portaerei statunitensi della Flotta del Pacifico (la Lexington, la Saratoga e l’Enterprise) non erano presenti nella base al momento dell’attacco, fatto di cui i giapponesi erano consapevoli, e nel seguito della guerra il fattore decisivo nel Pacifico fu la superiorità aerea più che le grandi battaglie navali.

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