Il mondo secondo Mario Monti

Che cosa ha detto in questi anni il futuro premier sulla crisi, i governi tecnici, Berlusconi e Tremonti, il calcio, Marchionne, la globalizzazione e molto altro

Mario Monti è diventato ieri il presidente del Consiglio incaricato, dopo essere precipitosamente diventato senatore a vita e protagonista della crisi politica ed economica di questo paese. Ma Monti è un personaggio di grande rilevanza pubblica da molti anni, e scavando negli archivi dei quotidiani – Monti è tra l’altro storico collaboratore del Corriere della Sera – e delle agenzie di stampa si trovano molte sue dichiarazioni che aiutano a descrivere le sue idee e il suo profilo, ora che si appresta a un tentativo così complesso e ambizioso. Abbiamo deciso di limitare la nostra ricerca alle cose dette negli ultimi anni, per lasciare che questa selezione mantenesse un interesse di qualche attualità. Ma segnaliamo quanto diceva Monti in un’altra fase politica, era il 1996, quando ricopriva l’incarico di commissario europeo su nomina di Berlusconi e vari giornalisti lo davano in procinto di candidarsi alla leadership del centrodestra. Monti disse allora di non essere “minimamente” interessato alla politica italiana.

“Questa è la cosa che mi interessa, non mi interessa minimamente la politica italiana. Nel gennaio 1995 fu il centro, fu la sinistra a sostenere che io dovessi diventare presidente del Consiglio e fu Berlusconi a dire no al Capo dello Stato e divenne presidente del Consiglio Dini. Lo cito come cronaca ma la mia risposta prevalente alla sua domanda è: niente di più lontano dalle mie preoccupazioni della vita politica interna italiana”

Il mercato e le regole
“Probabilmente il cittadino comune percepisce che il mercato è una cosa scomoda, che sarebbe più confortevole esserne al riparo, dietro questa o quella protezione; ma capisce che se c’è mercato c’è più efficienza, tutti si sforzano di più e in definitiva c’è più benessere”.
12 agosto 2005

“Il mercato deve premiare il merito, non deve portare gli uni a ricchezze illimitate e gli altri alla fame, deve esserci un arbitro imparziale, che vigila sul rispetto delle regole”.
12 agosto 2005

“L’economia di mercato ha bisogno di pubblici poteri forti, di imprese forti e di forte distanza di braccio tra gli uni e le altre”.
10 dicembre 2006

“I poteri pubblici hanno a lungo assistito passivi agli eccessi del mercato e della finanza. Dinanzi a quella avanzata, hanno ritirato, disarmato lo Stato. Se non recupereranno la capacità di contenere le disuguaglianze, gli Stati saranno in grave difficoltà di fronte alle pesanti conseguenze della crisi. Ma quella capacità, la potranno recuperare solo se coordineranno le loro fiscalità”.
22 marzo 2009

I governi tecnici
“I governi tecnici, a mio parere, non sono mai desiderabili in una democrazia. Se in determinati passaggi si è fatto ricorso a questa modalità di governo, anomala e non fisiologica, è in genere perché l’applicazione spinta di tecniche per le sopravvivenze politiche particolari ha impedito al «tutto» politico di funzionare con sufficiente efficacia”
24 maggio 2007

“È sperabile che non accadano mai. Spero che il sistema politico sia in grado di produrre governi politici con una maggioranza e una opposizione”
9 aprile 2008

Gelmini e Marchionne
“In Italia, data la maggiore influenza avuta dalla cultura marxista e la quasi assenza di una cultura liberale, si è protratta più a lungo, in una parte dell’ opinione pubblica e della classe dirigente, la priorità data alla rivendicazione ideale, su basi di istanze etiche, rispetto alla rivendicazione pragmatica, fondata su ciò che può essere ottenuto, anche con durezza ma in modo sostenibile, cioè nel vincolo della competitività. Questo arcaico stile di rivendicazione, che finisce spesso per fare il danno degli interessi tutelati, è un grosso ostacolo alle riforme. Ma può venire superato. L’abbiamo visto di recente con le due importanti riforme dovute a Mariastella Gelmini e a Sergio Marchionne. Grazie alla loro determinazione, verrà un po’ ridotto l’handicap dell’Italia nel formare studenti, nel fare ricerca, nel fabbricare automobili”.
2 gennaio 2011

Le corporazioni
“È certo, come mostra l’esperienza di più legislature, che un governo non riuscirà a riformare l’Italia per darle una prospettiva di crescita e di equità, se il potere politico non saprà imporre la riduzione della selva di rendite di cui godono moltissime categorie economico-sociali, vicine alla destra, al centro e alla sinistra”.
3 febbraio 2008

“In Italia c’è una selva di privilegi corporativi, siamo tutti con gli artigli tesi a difendere i nostri privilegi”
26 settembre 2011

Il calcio
“Per decenni, sono stato un tifoso convinto. Da molti anni non vado più allo stadio, né guardo le partite alla televisione. Non perché non abbia tempo. Ma perché il calcio, non solo in Italia, mi sembra sia diventato un fenomeno negativo. Certo, lo spettacolo calcistico è sempre più suggestivo, grazie al continuo progresso delle tecniche di gioco e delle tecniche televisive. E io che, come è noto, sono un «tecnico», dovrei esserne felice. Invece, provo per il calcio — intendo il grande calcio professionistico — un crescente disgusto”.
14 maggio 2006

“Il calcio è diventato frequente occasione, se non miccia, per la violenza e l’intolleranza. Sotto il manto nobile dei valori dello sport, è sempre più spesso un concentrato di dubbi intrecci tra finanza e politica, conditi di mondanità. Scommesse illecite, rapporti con la camorra, fideiussioni bancarie fasulle, presidenti di società calcistiche che spadroneggiano nei dibattiti televisivi, anche se non sempre padroneggiano la lingua italiana”.
14 maggio 2006

Le liberalizzazioni
“La politica di liberalizzazione, la novità più significativa del governo Prodi, non può permettersi l’insuccesso. Ha bisogno di alcune prime realizzazioni, per essere vista come un’avanzata graduale ma inarrestabile. Così, i cittadini saranno fiduciosi e daranno il loro sostegno. Le lobby si opporranno, ma poi capiranno che è arrivato, per tutti, il momento di passare ad un’economia più moderna”.
20 luglio 2006

“Se si vuole essere seri sulle liberalizzazioni, si rivisiti pure la Costituzione, ma prima ancora si visiti Atene. Il 21 gennaio il governo Papandreou ha adottato una riforma di quelle che i Greci chiamano correttamente le «professioni chiuse» e noi pudicamente le «professioni liberali». La riforma consiste nell’abolizione, per tutte le professioni, delle tariffe minime, del numero chiuso, delle restrizioni territoriali e del divieto di farsi concorrenza con la pubblicità. È lasciata agli ordini professionali la possibilità di dimostrare, ma avendo su di sé l’onere della prova, che l’una o l’altra di quelle restrizioni sono necessarie per la tutela di interessi pubblici, quali l’integrità nell’esercizio della professione o la tutela dei consumatori”.
6 febbraio 2011

“I provvedimenti di liberalizzazione non dovrebbero essere oggetto né di concertazione, né di decretazione d’ urgenza, ma di preventiva e trasparente consultazione”.
20 luglio 2006

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