La quasi fine di Berlusconi

Oggi l'agonia degli annunci sull'imminente crisi di governo registra - dicono i quotidiani - una qualche preoccupazione anche dei vertici del PdL

Foto Mauro Scrobogna /LaPresse
14-10-2011 Roma
Politica
Camera – voto fiducia su comunicazioni presidente consiglio
Nella foto: Giulio Tremonti, Denis Verdini
Photo Mauro Scrobogna /LaPresse
14-10-2011 Roma
Politics
Chamber of Deputies – vote of confidence on Prime Minister statement
In the picture: Giulio Tremonti, Denis Verdini

Foto Mauro Scrobogna /LaPresse
14-10-2011 Roma
Politica
Camera – voto fiducia su comunicazioni presidente consiglio
Nella foto: Giulio Tremonti, Denis Verdini
Photo Mauro Scrobogna /LaPresse
14-10-2011 Roma
Politics
Chamber of Deputies – vote of confidence on Prime Minister statement
In the picture: Giulio Tremonti, Denis Verdini

La fine del governo Berlusconi è annunciata imminente da ormai così tanto tempo che gli stillicidi quotidiani di nuovi presunti dettagli hanno perso molta credibilità, e per buon senso prevale l’atteggiamento “della moka”, come lo ha chiamato Michele Serra: stare alla larga dal retroscenismo professionale che deve trovare ogni giorno una sua legittimazione. Però oggi i quotidiani riportano unanimemente un dato che ha una sua importanza, la prima seria preoccupazione dei vertici del PdL “malgrado” Berlusconi: sempre ricordando che il PresdelCons era stato descritto come spacciato dagli stessi giornali già il mese scorso, l’anno scorso, due anni fa, ogni volta con sintomi nuovi.
Scrive il Corriere della Sera:

Alla fine di un’altra giornata drammatica vissuta tra frenetici incontri e telefonate in via dell’Umiltà, i big del Pdl – dal segretario Angelino Alfano al coordinatore Denis Verdini – hanno dovuto prendere atto che ad oggi la situazione «è difficilissima», che i numeri «non sono buoni», che si balla su «pochissimi voti», che «i malpancisti seri sono almeno una quindicina», e che lo smottamento potrebbe arrivare da un momento all’altro. «Potremmo anche farcela a strappare un sì all’ultimo respiro in un voto di fiducia, ma poi come faremmo nella quotidianità a governare?», si sfoga un ministro. E se è vero che martedì, nel voto sul Rendiconto alla Camera, non ci si aspetta che il governo vada sotto – visto che l’opposizione potrebbe limitarsi ad usare tecniche parlamentari (astensione, uscita dall’Aula) che certifichino la perdita di numeri della maggioranza – è sicuro che contro un centrodestra fortemente indebolito partirebbe la mozione di sfiducia già la prossima settimana. È questo il quadro che ieri sera Alfano, Verdini, Gianni Letta, Bonaiuti hanno illustrato al Cavaliere di ritorno da Cannes. Certo, la situazione «non è del tutto perduta», si può ancora «lavorare per riconquistare gli scontenti», ma «sarà dura, Silvio» hanno spiegato i fedelissimi al premier. Che però non si arrende, e manda all’esterno segnali di ottimismo.

Aggiunge La Stampa:

Il d-day è fissato per martedì. L’ipotesi che circola è che i frondisti possano astenersi per consentire comunque che il testo venga approvato evidenziando però che il governo non è più in grado di garantire l’autosufficienza. Ecco perchè c’è chi nel Popolo della Libertà ipotizza come extrema ratio quella di far mancare in numero legale in modo da rinviare di una settimana il voto sul testo. A via dell’Umiltà si torna dunque a fare i conti con il pallottoliere anche se nella maggioranza il pessimismo è tanto e, soprattutto, sono pochi quelli che scommettono su un coupe de theatre. Il dossier di convincere i recalcitranti è affidato al solito Denis Verdini anche se già da domani, una volta rientrato in Italia, Silvio Berlusconi probabilmente contatterà personalmente uno ad uno i frondisti. Nonostante le defezioni la linea del Cavaliere non cambia: se avranno il coraggio mi sfiducino in Parlamento, continua a ripetere ai fedelissimi. Una linea però che nel partito e soprattutto nel governo inizia ad avere diverse defezioni.

Il Sole 24 Ore è più cauto, e non si allontana da una descrizione di situazione complessa da capire, mentre Repubblica è, come di consueto, più definitiva e aggiunge una ricca dose di virgolettati “ricostruiti”.

Alle otto di sera, nel salotto di palazzo Grazioli, la bandiera bianca viene alzata dall’ultimo uomo da cui il Cavaliere si aspetterebbe il colpo: Gianni Letta. “Silvio, i numeri sono questi, forse è arrivato il momento di farsene una ragione”. Berlusconi è stanco, fissa i suoi interlocutori. Ha davanti a sé Denis Verdini, Letta, Angelino Alfano e Paolo Bonaiuti. Li guarda senza davvero capire quello che gli stanno dicendo. È finita. Ha passato la notte precedente a trattare con Obama e Sarkozy, ora gli stanno dicendo che la fine della sua stagione politica è stata decisa da Stracquadanio e Bertolini. Ma è così.
Denis Verdini, l’uomo che ha garantito nell’ombra tutte le trattative con i parlamentari, stavolta ammette che i numeri non ci sono più. Se si votasse domani sul rendiconto dello Stato i numeri si fermerebbero a 306 deputati. Ma il coordinatore stavolta è anche più pessimista: oltre a quelli che sono già andati via c’è anche un’altra area di dissenso, un’area grigia di una quindicina di deputati pronti a staccarsi dalla maggioranza, portando così la conta finale a 300. Sarebbe la fine. Sono ore drammatiche, il premier incassa questi numeri ma non ci sta. Si ribella, alza la voce. E prova a resistere. “Non ci credo. Li chiamerò uno ad uno personalmente. È tutta gente mia, mi devono guardare negli occhi e dirmi che mi vogliono tradire. Io lo so che sono arrabbiati, è gente frustrata, si rompono le palle a pigiare tutti i giorni un pulsante, ma non hanno un disegno politico. Ci parlerò”. Verdini e Alfano non condividono l’ottimismo del Cavaliere e stavolta non hanno paura a dirlo: “Ci abbiamo già parlato noi, è stato inutile”.
Berlusconi li ascolta, a volte sospira e sembra rendersi conto della gravità della situazione. Per la prima volta le sue certezze traballano, inizia a prendere in considerazione l’impensabile. “Io potrei anche lasciare il posto a qualcun altro, come dite voi. Se vedessi un nuovo governo potrei fare un passo indietro, il problema è che non lo vedo”.