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  • sabato 22 Ottobre 2011

La Libia non può stare tranquilla

Cinque motivi per tenere a freno l'ottimismo tra armi ovunque, divisioni interne degli ex-ribelli e una forte instabilità locale

Saif al-Islam, uno dei figli di Gheddafi, dichiarò all’inizio dell’insurrezione contro la dittatura che la Libia senza suo padre sarebbe diventata “la nuova Somalia”, agitando lo spettro della guerra civile, dei signori della guerra e dell’anarchia politica che da vent’anni regnano nel paese dell’Africa orientale. Più realisticamente, le difficoltà nel vicino Egitto di trovare un assetto stabile dopo la fine di Mubarak sono un esempio dei problemi che si possono presentare nei paesi del Nordafrica che escono da lunghi anni di dominio autoritario. Sono già emersi attriti, insofferenze e tensioni tra le varie forze che hanno contribuito alla fine di Gheddafi: la nuova Libia ha diversi problemi da risolvere per costruire la sua nuova democrazia.

1. Il Consiglio Nazionale di Transizione
Il primo ministro libico provvisorio Jibril ha dichiarato oggi che le nuove elezioni si terranno “entro otto mesi al massimo”. A marzo promise che nessun membro dell’attuale CNT si sarebbe candidato, e avrebbe avuto quindi un ruolo di primo piano nel primo governo eletto dopo 42 anni di dittatura. Il Consiglio Nazionale di Transizione, che ha una quarantina di membri, è formato per la maggior parte da ex ministri e alti funzionari del regime di Gheddafi, che lo hanno abbandonato nel corso dei mesi di insurrezione che hanno portato alla sua caduta. Ha il supporto della NATO e dei paesi occidentali, molti dei quali lo hanno riconosciuto come il solo vero rappresentante del popolo libico in ambito internazionale quando controllava ancora poco più che la metà orientale del paese.

Nelle ultime settimane il CNT ha annunciato più volte che avrebbe presentato i membri di un governo di transizione, ma finora ha indicato solo il primo ministro, Mahmud Jibril, il suo vice e il ministro della difesa. Jibril è stato professore di scienze politiche all’università di Pittsburgh, negli Stati Uniti, ma è anche stato un importante membro del regime di Gheddafi a partire dagli anni Ottanta, con diversi incarichi nel settore economico e delle relazioni internazionali. Finora, il CNT non è stato in grado di superare le divisioni tra i diversi leader locali, mettendoli d’accordo su quale spazio di rappresentanza dare a ogni regione della Libia. Questo vuoto di potere sta ritardando le azioni più concrete per unificare il paese, riportare un’autorità non militare al comando e impedire che i vari gruppi armati acquistino autonomia ancora maggiore.

2. I poteri locali
Ciascun leader delle principali città libiche, come Misurata, Bengasi e Zintan, richiede per sé e per i propri sostenitori un ruolo di primo piano, sulla base del loro contributo dato alla lotta contro Gheddafi. Jibril è particolarmente avversato a Misurata, un centro industriale e commerciale che è stato a lungo assediato dall’esercito di Gheddafi. I ribelli di Misurata, negli ultimi mesi del conflitto, sono emersi come la forza più potente dal punto di vista militare. Ogni città principale, compresa la capitale, ha un proprio consiglio militare che comanda su migliaia di combattenti dell’insurrezione.

Dal punto di vista della conduzione della guerra i consigli militari sono stati per larga parte autonomi, e i loro capi rivendicano ora uguale autonomia politica per i prossimi mesi, con dichiarazioni molto critiche nei confronti del CNT. Queste divisioni sono diventate evidenti molto presto. Subito dopo la conquista di Tripoli, il capo del CNT Mustafa Abdul-Jalil ha dichiarato, mentre ancora erano in corso i festeggiamenti, che bisognava guardarsi dai “fondamentalisti estremisti che si trovano tra le file dei ribelli”. Un altro membro del CNT, Ibrahim Chalgham, attualmente capo della delegazione libica presso le Nazioni Unite (ed ex ministro degli esteri di Gheddafi per molti anni) ha detto che Abd al-Hakim Bel Haj, il leader islamista che ha guidato l’assalto al complesso residenziale di Gheddafi ad agosto, “è solo un predicatore e non un comandante militare.”

3. Le armi
In Libia rimangono alcune sacche di resistenza isolate in diverse località, ad esempio intorno alla città di Sebha, nel cuore del deserto libico occidentale. Ma queste ultime resistenze militari non sono un problema serio per la nuova Libia. Il problema, piuttosto, è quello di disarmare e integrare le varie milizie impedendo scontri armati tra le diverse fazioni, molte delle quali hanno avuto modo di armarsi fino ai denti in completa autonomia: nelle ultime fasi della guerra ciascun consiglio militare, in primo luogo quello di Misurata, ha costruito i propri arsenali sottraendo grandi quantità di armi, compresi carri armati e artiglieria, all’esercito di Gheddafi.

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