Storia e foto di proteste in Parlamento

Il "bivacco di manipoli" evocato durante la seduta della Camera di ieri, necessita di un bignamino storico

di Igor Principe

La protesta di FLI (Foto Mauro Scrobogna /LaPresse)

La protesta di FLI (Foto Mauro Scrobogna /LaPresse)

Alle 18 di mercoledì il peraltro direttore del Post twittava laconicamente “Un bivacco di manipoli”, riferendosi alla seduta in corso alla Camera dei Deputati sulla mozione di sfiducia a Saverio Romano, ministro dell’Agricoltura, indagato per concorso esterno in associazione mafiosa. Gli interventi erano cominciati poco meno di tre ore prima, e l’aula aveva già dato molto del meglio di cui è capace: deputati in maglietta, lavori di cartoleria su cartelli e manifesti polemici, interruzioni continue, strepiti e interventi a base di dubbie spiritosaggini, incomprensibili richiami ad Antonello da Messina e a Caravaggio, giornali squadernati su “Il porno stato”, scambio di insulti tra parti avverse.

“Bivacco di manipoli” racconta quasi come una fotografia la varia umanità mostratasi ieri a Montecitorio per il voto, in scene che hanno molti e noiosi precedenti nella storia parlamentare ma che si sono intensificate negli ultimi anni, come mostra questa raccolta di immagini. Come in un bivacco, deputati e ministri sembravano ieri viandanti capitati lì per caso, in sosta qualche ora prima di ripartire per altre e più importanti destinazioni, cercando di ingannare il tempo. Se la definizione non appare fedelissima lo si deve da una parte ai parlamentari stessi – più gitanti da dopolavoro che manipoli di una legione romana – ma soprattutto al fatto che l’accezione sbracata rischi di rimpiazzare il significato originario della citazione, tratta da un momento drammatico nella storia parlamentare e politica del nostro Paese, e dotata di una data di nascita: 16 novembre 1922.

Quel giorno alla Camera c’era votazione, ed era ancora un voto di fiducia. I deputati sono chiamati a confermare o negare l’esercizio del potere esecutivo al primo governo presieduto da Benito Mussolini. Nel suo esordio all’assemblea come oratore, colui che poi diverrà “duce” parte già poco accomodante: “Quello che io compio oggi, in quest’aula, è un atto di formale deferenza verso di voi e per il quale non vi chiedo nessun attestato di speciale riconoscenza!”. Poche altre considerazioni, poi, precedono l’acme del discorso: “Potevo fare di quest’aula sorda e grigia un bivacco di manipoli; potevo sprangare il Parlamento e costituire un Governo esclusivamente di fascisti. Potevo: ma non ho, almeno in questo primo tempo, voluto”.

I toni sono quelli del capo rivoluzionario, dopato dall’esito della Marcia su Roma. Tre settimane prima, il 28 ottobre, Mussolini si era impadronito del potere con la complicità del Re (Vittorio Emanuele III non volle firmare il decreto con cui il Presidente del Consiglio Luigi Facta dichiarava lo stato d’assedio) e delle autorità militari. Lo storico Aurelio Lepre, in una breve biografia del duce (“Mussolini”, edito da Laterza), riporta la testimonianza di un funzionario del ministero degli Interni (“Assistevo nella notte, nel silenzio delle grandi sale del Viminale, allo sfaldarsi dell’autorità e del potere dello Stato”) e aggiunge “notizie di prefetture occupate e di presidi militari che fraternizzavano coi fascisti”.

Il 16 novembre il duce nasconde il ricatto al Parlamento e al Paese dietro l’immagine bugiarda di se stesso come uomo del dialogo, aperto – diremmo con espressione da Prima Repubblica – a un esecutivo “multicolore”, composto non solo da fascisti ma anche da liberali, democratici e popolari. In realtà, l’immagine militaresca del “bivacco di manipoli” – soldati in occupazione del Parlamento, e non legislatori ad un party di samba e trenini – ne rivela tutta la natura di uomo forte e decisivo per traghettare l’Italia fuori dal pantano di governi brevi e immobili che contraddistinse gli anni immediatamente successivi alla fine della Grande Guerra. Dove poi si sia incagliato quel traghetto, è noto a tutti.

PS: Mussolini ottenne la fiducia con 316 voti a favore, 117 contrari e 7 astenuti. Ieri il ministro Romano l’ha ottenuta con 315 sì e 294 no. 19 gli assenti giustificati. Il presidente del Consiglio ha dichiarato che il numero di chi non c’era porta la maggioranza a 325, e quindi si possono fare le riforme.
Sempre più bivacco, sempre meno manipoli.