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  • giovedì 14 Luglio 2011

Le finte vaccinazioni per rintracciare Bin Laden

La CIA pagò un medico locale per farle ad Abbottabad, nella speranza di ottenere il DNA del leader di al Qaida

Nella notte tra l’1 e il 2 maggio un blitz dei Navy Seals statunitensi ad Abbottabad, in Pakistan, ha portato all’uccisione di Osama Bin Laden. Da allora sono stati resi pubblici molti retroscena e molte informazioni su come è stata preparata l’azione militare: l’ultima in ordine di tempo è un’inchiesta del quotidiano britannico Guardian, che ha svelato come, nelle settimane precedenti al blitz, un medico pakistano finanziato dalla CIA abbia organizzato un finto programma di vaccinazioni ad Abbottabad, tentando di ottenere il DNA di un membro della famiglia Bin Laden residente nel complesso dove si sospettava che si nascondesse il capo di al Qaida, e avere così prove sicure della sua presenza all’interno.

La CIA riuscì ad arrivare al complesso in una delle zone più ricche di Abbottabad seguendo un corriere di al Qaida, conosciuto come Abu Ahmad al-Kuwaiti, nell’estate del 2010. I servizi segreti iniziarono a mettere sotto osservazione la grande residenza fortificata, che si trova circa sessanta chilometri a nord della capitale pakistana Islamabad, via satellite e da una casa utilizzata dalla CIA nella stessa Abbottabad, ma prima di organizzare un’operazione militare volevano avere l’assoluta certezza che all’interno della casa a tre piani si trovasse proprio il capo di al Qaida.

I servizi segreti statunitensi possedevano già il DNA di un familiare di Bin Laden, una figlia morta a Boston nel 2010. Sarebbe bastato il confronto tra quel DNA e quello di uno dei suoi figli, che si sospettava vivessero con lui nella città pakistana. Ottenere il DNA degli abitanti del complesso, però, non sembrava facile. Tra i pochi esterni a cui era stato permesso l’ingresso c’erano alcuni operatori sanitari che avevano somministrato ai bambini rimedi contro la poliomielite. La CIA avvicinò allora Shakil Afridi, uno dei medici dirigenti del settore sanitario nella provincia pakistana di Khyber, al cui interno si trova anche la città di Abbottabad. A marzo il medico si recò nella città e disse di voler iniziare un programma di vaccinazione contro l’epatite B per cui aveva trovato finanziamenti. Pagò diversi funzionari del governo locale per lavorare al progetto, che collaborarono senza sapere nulla delle ricerche su Bin Laden.

Afridi fece affiggere poster sul programma sanitario gratuito per la città, che pubblicizzavano un vaccino prodotto dalla Amson, una ditta con sede nei pressi di Islamabad. E il finto programma iniziò sul serio, a marzo 2011. Per non destare sospetti, partì da un sobborgo povero di Abbottabad, Nawa Sher. Dopo un mese però, invece di rimanere nel sobborgo per somministrare la seconda delle tre dosi necessarie per il vaccino, Afridi trasferì gli infermieri nel quartiere ricco di Bilal, dove si trovava la casa di Bin Laden.

Stando a quanto riporta il Guardian, un infermiere di nome Mukhtar Bibi riuscì a entrare nella residenza per somministrare i vaccini. Il dottor Afridi aspettava fuori, ma fornì però all’infermiere una borsa con all’interno un non specificato “apparecchio elettronico”. Non è chiaro se l’ignaro Mukhtar Bibi riuscì a ottenere il DNA di un familiare di Bin Laden e lasciò la borsa all’interno, né in che modo gli infermieri fossero stati istruiti per ottenere e conservare sangue o altro da cui fosse possibile estrarre il codice genetico, ma molte fonti avrebbero detto al quotidiano inglese che il tentativo fallì.

Nei giorni successivi al raid che uccise Bin Laden, i servizi segreti pakistani (ISI) scoprirono il finto programma di vaccinazione di Afridi e i suoi collegamenti con la CIA: il medico venne arrestato e, tra le molte persone che collaborarono con gli Stati Uniti nell’organizzazione del blitz delle forze speciali, sarebbe attualmente l’unica persona ancora in carcere. La sua detenzione è l’ennesimo episodio che testimonia della tensione tra il Pakistan e gli Stati Uniti: il primo ha visto il raid militare come una violazione della sua sovranità nazionale, mentre i secondi si chiedono come sia possibile che un alleato nella war on terror non si fosse accorto che il capo di al Qaida viveva nel suo territorio nazionale da diversi anni.

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