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  • mercoledì 15 Giugno 2011

Itabolario: Rotta (1937)

Massimo Arcangeli ha raccolto 150 storie dell'Italia unita, una per ogni anno: Itabolario. L'Italia unita in 150 parole (Carocci editore)

di Massimo Arcangeli e Francesco Bianco

1937. Rotta (s. f.)

È quella di Guadalajara. Lo “Stato Operaio. Rassegna di politica proletaria” titola La rotta di Guadalajara un articolo di quest’anno (nn. 3-4, marzo-aprile) che inizia così: «Le divisioni motorizzate mandate da Mussolini in Ispagna per assicurare la vittoria dei generali traditori e dei nemici del popolo spagnuolo, sono state sconvolte dall’esercito repubblicano sul fronte di Guadalajara…». Scriverà diversi anni dopo Giuseppe Antonio Borgese:

I morti, molti dei quali uccisi dagli stessi compagni che nella confusione avevano perso la testa, si contavano a centinaia […]. Molti altri, a centinaia, furono fatti prigionieri; altri ancora passarono con entusiasmo dalla parte del nemico in cui riconobbero un fratello; un magnifico bottino di automezzi, munizioni e cannoni cadde nelle mani dei vincitori repubblicani. Questo accadde il 18 marzo e fu chiamata la rotta di Guadalajara (Borgese, 1946, p. 480).

Riassumiamo i fatti. Siamo nei primi mesi del 1937. La guerra civile spagnola sembra ancora potersi concludere rapidamente. Il Duce ha inviato in Spagna un corpo di truppe volontarie, guidato dal generale Mario Roatta, con l’idea di partecipare a poche azioni decisive per la risoluzione del conflitto in favore dei franchisti, senza gravi perdite e con un significativo ritorno sul piano politico e su quello dell’immagine internazionale. In un primo momento le cose sembrano andar bene: il contingente italiano conquista Malaga in tempi sorprendentemente brevi, al punto da far pensare a un rapido e felice esito anche per l’operazione più importante: la presa della capitale. «Domani a Guadalajara, dopodomani a Alcalá de Henares, e fra tre giorni a Madrid»: con queste parole Roatta ostenta il proprio ottimismo (Rochat, Massobrio, 1978, p. 257). Le cose vanno diversamente: l’offensiva italiana, dopo una prima serie di successi, è rintuzzata dalle forze repubblicane e dalle Brigate Internazionali nei pressi di Guadalajara. Nonostante il buon equipaggiamento, almeno sulla carta, i nostri soffrono le avverse condizioni atmosferiche (cattiva visibilità, pioggia, fango), lo scarso appoggio da parte delle truppe nazionaliste spagnole e l’ingenuità dei propri comandanti; la resistenza del nemico è più tenace del previsto e, dopo due settimane di combattimenti, l’offensiva può dirsi conclusa in maniera fallimentare. Per l’Italia fascista si tratta della prima, grave sconfitta internazionale, con la quale tramonta la possibilità di esercitare una qualunque influenza sul futuro della Spagna franchista. È un’onta che brucia. Gli spagnoli (tanto i repubblicani quanto i franchisti) dileggiano l’esercito italiano cantando una canzonetta che riprende il motivo di Faccetta nera e, in una delle tante versioni conosciute, inizia così: «Guadalajara no es Abisinia, / porqué los rojos tiran bombas como piñas. / Los italianos se van, se van, / y de recuerdo un cadaver dejaràn» (“Guadalajara non è l’Abissinia, / perché i rossi tirano bombe come ananas. Gli italiani se ne vanno, se ne vanno, e per ricordo un cadavere lasceranno”). A poco valgono i tentativi di minimizzare l’episodio: Virginio Gayda, sul “Giornale d’Italia”, sottolinea le perdite inflitte al nemico e definisce l’episodio «incerto nei suoi risultati immediati, irrilevante nel vero corso della guerra di Spagna» (cit. in Coverdale, 1977, p. 230). Parole ben diverse usa negli stessi giorni Ernest Hemingway, inviato per la “North American Newspaper Alliance”: «Ho studiato per quattro giorni la battaglia e posso affermare recisamente che, nella storia militare, a Brihuega (piccolo borgo nei pressi di Guadalajara) è riservato un posto accanto alle altre decisive battaglie mondiali» (ibid.). Qualche mese dopo la rotta (il 7 giugno) tocca a Mussolini in persona, per quanto in forma anonima, intervenire sulle pagine del “Popolo d’Italia” ribaltando la verità storica: «Più che di un insuccesso, deve parlarsi di una vittoria italiana, che gli eventi non permisero di sfruttare a fondo» (ibid.); è in gioco l’immagine di una nazione soverchiamente ambiziosa, che vorrebbe affidare il proprio prestigio proprio alla forza militare.

La notizia della disfatta si era diffusa rapidamente anche fuori confine e aveva riesumato «i vecchi sarcasmi sugli italiani che non sapevano battersi (Lloyd George disse beffardamente che gli italiani “non avevano perso tempo a squagliarsela”)»: Duggan, 2008, p. 582. Les italiens ne se battent pas, recita un vecchio adagio, promosso a lemma dal Panzini nella prima edizione del Dizionario moderno (DM, 1905, p. 274). «La grande Guerra e poi l’Italia fascista hanno fatto giustizia definitiva di queste parole»; così si conclude la voce nell’ottava edizione del repertorio (DM, 1942, p. 350). L’accusa, di ascendenza cinquecentesca («gratuito dono francese») e incerta attribuzione («La paternità più accreditata è quella del generale Lamoricière»), sarebbe diventata un tratto inconfondibile del carattere italiano, il marchio indelebile di una cronica (o, ancor peggio, strutturale) incapacità di combattere per gli ideali nazionali, per la difesa del suolo patrio, per i colori della propria bandiera; inutili i tentativi di smentite, i tanti “atti di singolare eroismo” di patrioti ed eroi risorgimentali: «Che gli italiani non si battessero, era opinione del generale francese Oudinot, che comandava la spedizione contro la Repubblica Romana del 1849; onde molti atti di singolare eroismo quasi allo scopo di “mostrare ai francesi che anche gli italiani sanno battersi temerariamente” (Emilio Dandolo, I Volontari e Bersaglieri Lombardi)» (ibid.).

Da don Abbondio ad Alberto Sordi, soprattutto nelle vesti di protagonista – sia pure riscattato dall’eroico gesto finale – della Grande guerra di Mario Monicelli (1959), la viltà degli italiani è stereotipo duro a morire, alimentato dalla tradizione letteraria prima, cinematografica poi. La vicenda spagnola si inserisce perfettamente nel quadro di questo cliché, consegnando alle cronache un impietoso ritratto del soldato italiano incapace di combattere: «per giorni e per mesi dopo la battaglia di Guadalajara fu come se un innumerevole coro di scrittori e disegnatori, da ambo i lati dell’Atlantico, si fossero accordati su questo leitmotiv» (Borgese, 1946, p. 480). Le poche voci fuori dal coro rimangono inascoltate: «Alcune delle unità italiane – scrive il corrispondente americano Karl H. von Wiegand – combatterono molto valorosamente in condizioni atmosferiche spaventose» (ivi, p. 481). Anche Hemingway, che pure dà alla battaglia un’enfasi considerevole, prova a sfatare il mito della codardia nostrana, spiegando che «gli italiani che difendono il Piave e il Monte Grappa contro l’invasione sono una cosa, mentre gli italiani mandati a combattere in Spagna mentre pensavano di essere destinati a un servizio di guarnigione in Etiopia sono un’altra» (cit. in Coverdale, 1977, p. 245). A poco giova la considerazione del ruolo giocato dall’italianissimo battaglione Garibaldi, schierato con le truppe repubblicane e protagonista di un drammatico scontro con i connazionali fascisti: per l’opinione pubblica gli italiani sono e restano «[l]os de Mussolini» che «fueron los primeros / de entrar en Madrid / pero, prisioneros» (Borgese, 1946, p. 482).

Bibliografia:
– BORGESE G. A. (1946), Golia. Marcia del fascismo, Mondadori, Milano (ed. or. 1937).
– COVERDALE J. (1977), I fascisti alla guerra di Spagna, Laterza, Roma-Bari (ed. or. 1975).
– DM (1905) = A. Panzini, Dizionario moderno. Supplemento ai dizionari italiani […], Hoepli, Milano (1a ed.).
– DM (1942) = A. Panzini, Dizionario moderno delle parole che non si trovano nei dizionari comuni […], a cura di A. Schiaffini e B. Migliorini, con un’appendice di cinquemila voci e gli elenchi dei forestierismi banditi dalla R. Accademia d’Italia, Hoepli, Milano (8a ed.).
– DUGGAN CH. (2008), La forza del destino. Storia d’Italia dal 1796 a oggi, Laterza, Roma-Bari (ed. or. 2007).
– ROCHAT G., MASSOBRIO G. (1978), Breve storia dell’esercito italiano dal 1861 al 1943, Einaudi, Torino.
Foto: ALBERTO CARTONI / INTERNATIONAL PHOTO/LAPRESSE