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  • giovedì 9 giugno 2011

Chi è la “Gay Girl” di Damasco?

La foto di Amina Arraf è in realtà di un'altra persona, e ci si inizia a chiedere se non sia tutta una messa in scena

Aggiornamento del 13 giugno 2011
Un attivista di Edimburgo, Tom MacMaster, ha ammesso di essersi inventato la storia di Amina, come spieghiamo oggi qui.

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Il volto rimbalzato sui media di tutto il mondo – compreso il Post – in questi giorni per illustrare la notizia della scomparsa della blogger di Damasco, Amina Arraf, è di un’altra persona. Ieri sera Jeremy Paxman ha intervistato nella sua trasmissione sulla BBC Jelena Lecic, la donna croata residente da molti anni a Londra che si è ritrovata per caso al centro del giallo sul rapimento di Amina.

«Un anno fa circa un mio amico mi chiamò chiedendomi se avevo un doppio profilo su Facebook perché c’era un’altra persona che aveva la mia stessa foto», ha detto Jelena Ledic «lo comunicai subito a Facebook e la foto fu rimossa, pensavo che la questione fosse finita lì. Ieri invece l’ho vista sulla home page del Guardian e prima che me ne rendessi conto decine di giornali hanno iniziato a chiamarmi per verificare la storia». La donna ha assicurato che la foto è stata scattata l’anno scorso a Parigi nel giorno del suo compleanno e che lei non è neanche mai stata in Siria. «Prego perché Amina sia viva e torni a casa ma voglio chiarire una volta per tutte che non sono lei».

La notizia della falsa foto di Amina ha infittito ancora di più il mistero sulla sua identità: esiste la possibilità che la persona che scrive il blog abbia inventato un’identità fittizia per non essere trovata dal regime, che da settimane reprime con la violenza il dissenso e le proteste, ma il caso della foto sta sollevando anche il dubbio che la storia sia stata totalmente costruita fin dall’inizio. La notizia del rapimento era stata data martedì dalla cugina Rania O. Ismali sul blog di Amina. Rania aveva riportato il racconta di un’amica di Amina, che avrebbe assistito al sequestro. Verso le sei di mattina di lunedì le due si trovavano alla stazione degli autobus di Abbasid a Damasco per incontrare una persone del comitato locale costituito da attivisti e associazioni per i diritti umani. Amina avrebbe salutato l’amica per andare incontro alla persona che doveva incontrare e in quel momento sarebbe stata aggredita da tre uomini armati. Amina avrebbe cercato di difendersi e detto all’amica di andare a cercare suo padre. Uno degli aggressori le avrebbe tappato la bocca e l’avrebbe spinta dentro una Dacia Logan con attaccato al finestrino un adesivo di Basel Assad, il fratello del presidente Bashar al-Assad morto in un incidente stradale nel 1994.

Arraf è l’autrice del blog “A Gay Girl in Damascus”, dove racconta in modo esplicito e diretto le avventure quotidiane di una donna omosessuale e musulmana che vive in Siria. Negli ultimi tempi era diventata uno dei blogger simbolo della protesta siriana e domenica aveva scritto, riferendosi ai membri del governo, «se ne devono andare. Non c’è altro da dire». Lo scorso 26 aprile aveva raccontato di quando due agenti di sicurezza avevano tentato di violentarla accusandola di essere una salafita.

Un episodio simile di scambio di identità si era verificato nel corso delle proteste iraniane del 2009, quando la notizia della morte di Neda Soltan, la studentessa di 26 anni uccisa da un proiettile della polizia iraniana mentre manifestava per le strade di Teheran, era stata associata per errore da tutti i giornali alla foto di Neda Soltani, un’insegnante d’inglese dell’Università di Tehran. La donna si era ritrovata simbolo involontario della protesta contro il regime di Ahmadinejad e per questo era stata costretta a fuggire dal proprio paese, lasciare la sua famiglia e il suo lavoro e vivere rifugiata in Germania.

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