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  • domenica 8 Maggio 2011

Essere milanisti, nonostante tutto

Si può fare, e non è nemmeno così faticoso

di Giovanni Zagni

Il Milan è per la diciottesima volta campione d’Italia. Dico subito che la prospettiva di questa celebrazione è quella del tifoso. I suoi giudizi saranno spesso ironici e quasi mai razionali, le reazioni potranno essere di ira o di sdegno. Ma attenzione, come ha detto qualche giorno fa il più bel blog di calcio del mondo (che si chiama Run of Play): non arrabbiatevi, non lasciatevi prendere dal fanatismo, non prendetela troppo sul serio. Dopotutto è solo un gioco (sì, lo hanno detto in moltissimi – ma loro meglio).

Probabilmente è vero che questo scudetto è un trofeo raggiunto per mancanza di rivali, con l’Inter ancora in fase di assestamento dopo Mourinho, la Juve dopo Moggi e la Roma dopo Alarico. Ma in un certo senso, per chi ha iniziato a tifare rossonero con il Milan di Sacchi e di Capello, ovvero nei ruggenti anni Novanta di Gullit, Van Basten, Maldini e Baresi, tornare a vincere è solo tornare al proprio posto. Non c’è niente da fare: per i primi dieci anni della mia carriera di tifoso, ho avuto la radicata convinzione che lo scudetto fosse una gioia a turno rossonera o bianconera, con l’altra squadra di Milano sepolta in un limbo di tragiche sconfitte, spese faraoniche e occasioni perdute. Sono cose che lasciano il segno.

Ma non è un’analisi dei motivi della vittoria che ci interessa. In questa celebrazione ci concentreremo sull’apparente schizofrenia che torna a farsi viva, periodicamente, nel tifoso di calcio che si tiene anche aggiornato sulla politica italiana. E tocca parlare di nuovo, anche questa volta, di Berlusconi.

Qualche tempo fa un mio amico mi ha preso da parte alla vigilia di una partita importante e mi ha ricordato con tono serissimo che, secondo diverse ricerche, quando il Milan va bene l’attuale premier prende diversi voti in più, una cifra rilevante, mi pare di ricordare intorno al 3%. E subito una vocina ha iniziato a parlarmi nella testa, la voce del complottismo e della dietrologia radicata in ogni tifoso: ben lo sa, il Silvio, se ha comprato quel grande giocatore di Ibrahimovic proprio mentre Fini iniziava a fare il mattacchione, lo scorso agosto. Da mesi Galliani predicava l’austerità e dichiarava aperti i tempi delle vacche magre. Dimostrava poi di fare sul serio vendendo drammaticamente Kaká, l’estate del 2009. Poi aria di crisi nel governo, voto che sembra imminente, e in un amen ti arrivano Ibrahimovic e Robinho.

D’altra parte anche lo stile di gestione della squadra non è molto diverso da quello che il premier usa per gestire il paese: tocca sentire in continuazione grandi proclami (l’ultimo, Cristiano Ronaldo) e primati gonfiati (l’ultimo, il paragone con Bernabeu). Berlusconi stesso non ha nascosto, nei giorni scorsi, la candida speranza che lo scudetto potesse convincere qualche tifoso ad andare a votare nel modo giusto, alle prossime amministrative. A volte i due piani si incontrano, come in quel comunicato-capolavoro di una decina di giorni fa in cui la Presidenza del Consiglio dei Ministri precisava seccamente che il premier non aveva fatto pronostici per lo scudetto, «anche per evidenti ragioni scaramantiche».

Insomma, non è che Berlusconi, nelle vesti di proprietario del Milan, faccia di tutto per far dimenticare che è anche un leader politico. I metodi sono gli stessi e le finalità si confondono. E quindi, nelle parole del mio amico, l’accusa di collaborazione con il nemico aveva una motivazione in più: se sostieni il Milan, sostieni indirettamente anche uno degli strumenti del consenso. E dato che il tifo è una cosa irrazionale e immotivata, per una volta che esiste anche un solo valido motivo per non tifare una particolare squadra, questo dovrebbe avere la precedenza e farti abbandonare la fede per un ideale più alto, il bene del paese.

Non vi stupirà sapere che il mio amico non è un tifoso. Come ha detto Nick Hornby una volta per tutte, si diventa tifosi «improvvisamente, inesplicabilmente, acriticamente». E salvo rari casi, non si torna indietro. Per il tifo siamo pronti a giustificare tutto, anche evidenti salti logici e voltafaccia davanti a noi stessi. Il mantra «Ibra sparisce nelle partite decisive», che era la ciliegina sulla torta del mio disprezzo per lui quando giocava nell’Inter, si è trasformata in un delizioso strabismo di Venere, in una sorta di difetto che accresce l’amore quando ho iniziato a godermi i bellissimi gol contro il Genoa e il Lecce, fatti dallo stesso giocatore spaccone e irritante, ma questa volta a vantaggio dei miei colori.

Il fatto che Berlusconi sia il proprietario del Milan, insomma, non ha alcuna conseguenza dal punto di vista sportivo. Passiamo sopra a schifezze ben maggiori, come Ronaldinho che pascola stabilmente sulla fascia per più di un anno, senza alcuna conseguenza positiva per il gioco della squadra; sopportiamo la lunga sfilata di campioni a fine carriera, che sembra l’unica direttiva di mercato costante, nel Milan degli ultimi anni. Se vogliamo ridurlo ai minimi termini, il tifo significa sostenere con ardore sempre la stessa casacca colorata durante i novanta minuti settimanali (più eventuali coppe); persino chi la indossa non ha più importanza. Lo aveva all’inizio, forse. Conosco persone che vengono da Pordenone e oggi tifano Lazio, solo perché da bambino ci giocava Signori. Oggi si tengono Zarate e se ne accontentano.

Dal punto di vista politico, e questo è il punto, è una grande scuola di moderatismo. Se dovessimo essere assolutamente coerenti con il dogma “Nessuna collaborazione con il nemico”, non dovremmo vedere film al cinema distribuiti da Medusa, girare subito canale anche quando c’è il Dr. House sui canali Mediaset, non comprare libri Einaudi, Mondadori e di un’altra dozzina di case editrici. Tifare Milan nell’era Berlusconi è solo parte di quel grande compromesso, in cui siamo coinvolti tutti, che è vivere in Italia mentre la governa Berlusconi: di più, è un antidoto costante ai pericoli dell’antiberlusconismo feroce. Perché Silvio passa, se non altro basta aspettare; il Milan no.

foto: AP Photo/Antonio Calanni