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  • sabato 7 Maggio 2011

Le conseguenze della guerra

La terribile storia di Samar Hassan, la bambina della foto simbolo del conflitto in Iraq

Il 18 gennaio 2005 una macchina con a bordo una famiglia irachena si avvicinava inavvertitamente a un posto di blocco americano nella città di Tal Afar, nel nord dell’Iraq. I soldati spararono contro la vettura temendo potesse essere un’autobomba lanciata contro di loro. «Stavamo portando mio fratello all’ospedale, poi all’improvviso abbiamo sentito gli spari. Mia madre e mio padre sono morti così». Samar Hassan oggi ha dodici anni. Quella notte, ormai quasi all’alba, ne aveva appena cinque. La sua foto, scattata appena dopo l’incidente, diventò il simbolo dell’orrore vissuto dai civili durante la guerra in Iraq.

(Chris Hondros, Getty Images)

Il giornalista del New York Times, Tim Arango, è andato a trovare Samar Hassan nella sua casa alla periferia di Mosul. La sua terribile storia è emblematica della condizione vissuta da migliaia di civili iracheni che tentano a fatica di superare i traumi della guerra. Oggi Samar vive in una casa su due piani con alcuni suoi familiari. La sorella più grande, Intisar, e suo marito, un poliziotto disoccupato, si prendono cura di lei. Due dei figli della coppia sono a loro volta poliziotti e i loro stipendi servono a mandare avanti tutta la famiglia.

Le conseguenze della guerra in Iraq hanno colpito con la stessa ferocia migliaia di persone, ma con Samar sono continuate molto più a lungo. Tre anni dopo la morte dei suoi genitori, anche suo fratello Rakan morì durante un attacco condotto da un gruppo di insorti iracheni contro la loro casa. Il marito di Intisar, Nathir Bashir Ali, è convinto che la sua casa fu attaccata perché non gli avevano perdonato di avere mandato Rakan a curarsi negli Stati Uniti. La notte in cui morirono i suoi genitori Rakan era stato colpito dai proiettili dei soldati americani all’addome e alle gambe. Riuscì a salvarsi ma rimase paralizzato e fu portato a curarsi a Boston. «Quando tornò dagli Stati Uniti tutti pensavano che io fossi una spia», racconta Bashir.

L’anno scorso Samar ha lasciato la scuola. Era troppo timida e non combinava niente, dicono i suoi familiari, ma vorrebbe tornarci un giorno e diventare un medico. Esce di casa di rado, accompagnata dalla sua famiglia, e ha due amiche che di tanto in tanto la vanno a trovare. Passa la maggior parte del tempo ad aiutare in casa, ascoltare la musica nel suo lettore Mp3 viola e guardare il suo programma televisivo preferito, la soap opera turca “Amore proibito”, che racconta la storia degli amanti Mohanad e Samar. Con lei vivono anche i suoi altri due fratelli, entrambi sopravvissuti a quell’incidente. «Li ho portati tante volte all’ospedale a prendere delle pasticche per calmarsi», dice Bashir «tutti e tre prendono pasticche. Quello di otto anni parla spesso da solo, quando usciamo e vedono una famiglia diventano subito molto tristi. Quando si ricordano dell’incidente è some se fossero appena morti».

Samar non aveva mai visto quella fotografia prima d’ora. «Mi ricordo che mi stava facendo delle foto, poi mi misero un giubbotto, mi portarono nella camionetta, mi curarono la mano ferita e mi portarono dei giocattoli».