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  • giovedì 5 Maggio 2011

Il giornale di Bengasi

La storia di Al Haqiqa, quotidiano chiuso da Gheddafi che ora sta lentamente tornando in vita

Sei giornali sono di nuovo tornati a uscire nella Libia orientale, insieme a due stazioni radio e due canali tv

Al Haqiqa era il quotidiano più diffuso in Libia prima dell’arrivo al potere di Muammar Gheddafi, nel 1969. Due anni dopo il colpo di stato, il colonnello ne ordinò la chiusura insieme a quella di molti altri considerati non allineati al regime. Ora il giornale sta faticosamente tentando di riprendere la sua attività, Foreign Policy racconta come.

Al Haqiqa apparteneva a tre fratelli della famiglia Elhouni. Dopo il colpo di stato il giornale cercò di barcamenarsi nelle difficili acque della nuova politica libica. Un titolo del 22 dicembre 1970 diceva “Il colonnello viene riconosciuto dall’ambasciatore britannico”, un altro diceva “Mosca conferma il suo appoggio alle masse arabe”, mentre un terzo articolo parlava dell’influenza sionista sugli Stati Uniti. Ma a quanto pare il destino del giornale era già stato segnato da un incontro tra Gheddafi e uno dei proprietari prima del colpo di stato. Gheddafi era andato in visita nella sede del giornale e aveva cercato di convincere Rashad Elhouni a sostenere la sua causa. Elhouni esitò, dicendo che avrebbe chiesto prima l’approvazione di qualcuno di rango più alto nell’esercito. Gheddafi non era certo tipo da dimenticare o perdonare un affronto del genere: dopo aver preso il potere, tenne un discorso in cui accusò il giornale di avere ritardato la sua rivoluzione per due anni. Poco dopo ne ordinò la chiusura.

Nel 1980 Gehddafi decise di confiscare anche la stamperia della famiglia Elhouni e i tre fratelli furono costretti ad abbandonare del tutto la loro attività. Uno di loro fuggì a Londra, dove fondò il quotidiano pan-arabo al Arab. I tre figli dei fondatori – Issam, Nabil e Samir Elhouni – iniziarono a costruirsi una vita lontano dall’attività di famiglia. «Mio padre mi disse che dovevo stare alla larga dai media», mi ha raccontato Issam «Fai quello che vuoi, mi disse, il cuoco, l’avvocato, ma non occuparti di media». Ma la rivolta degli ultimi mesi contro Gheddafi ha ridato entusiasmo ai tre cugini, che hanno deciso di non seguire i consigli dei loro genitori e sono tornati a Bengasi per riniziare a stampare con il loro vecchio equipaggiamento.

Il giornalista di Foreign Policy, David Kenner, è andato a Bengasi a incontrarli e vedere come funziona l’attività all’interno della stamperia.

Per il momento stampa prevalentemente la bandiera tricolore della Libia – quella che fu sostituita dall’arrivo al potere di Gehddafi – su pezzi di cartone o, in una versione più piccola, su adesivi che vengono poi attaccati sugli accendini e sui documenti emessi dal Consiglio Nazionale di Transizione di Bengasi. Quando siamo arrivati Samir Elhouni ci ha detto che al piano di sopra c’erano armi chimiche. Ma per fortuna quello che abbiamo trovato erano solo tute e maschere anti-gas ammucchiate contro le pareti di una stanza polverosa. Non è facile riportare in vita questa attività. Una delle due grosse macchine che venivano usate per stampare fu fatta a pezzi e venduta dall’esercito di Gheddafi e così al tempo della stampa digitale i fratelli Elhouni usano ancora macchine offset come negli anni Cinquanta.

Il regime di Gheddafi ha esercitato un controllo totale sui media per oltre quarant’anni ma ora sembra che almeno la stampa di Bengasi stia davvero iniziando a rifiorire, spiega Foreign Policy. Sei giornali sono di nuovo tornati a uscire regolarmente nella Libia orientale, insieme a due stazioni radio e due canali televisivi. I fratelli Elhouni stanno già pianificando di riportare in vita al Haqiqa – che in arabo significa “la verità” – ripartendo esattamente da dove era stato interrotto: «Se l’ultimo numero è stato il 400, il prossimo sarà il 401», ha detto Samir.