La storia di Chernobyl

Prima che diventasse Chernobyl, e anche dopo

Una visita nella «Zona», nelle pagine del nuovo libro di Francesco M. Cataluccio

di Francesco M. Cataluccio

Alcune delle mie più strane avventure hanno avuto inizio nei negozi degli antiquari: luoghi di divagazioni incongrue, dove si scopre ciò che non si aspetta e molte cose rimangono in sospeso, senza una conclusione. Nel tiepido settembre del 1983, entrai in una piccola libreria parigina, tra rue Madame e rue du Vieux Colombier, affollata di mappe geografiche e stampe di antichi edifici egizi e babilonesi. Sembrava di stare in una specie di Loggia massonica. Avevo intenzione d’acquistare per un regalo un’antica carta della Polonia. Non ne avevano, e così mi fu proposta una mappa colorata dell’Ucraina: un bel cartiglio opera di Giovan Battista Homann (1663-1724) di Norimberga, che la incise nel 1705. In alto a sinistra, attorniata da alcune buffe figure con baffoni, colbacchi e sciabole sguainate, c’era una scritta: «Ukrania quae est terra cosaccorum».

Mentre, indeciso, la stavo esaminando, mi si accostò un altro cliente: smisuratamente alto, volto pallido e capelli biondi impiastricciati in un vezzoso riporto, intabarrato in un elegante, anche se un po’ consunto, pastrano nero. Si presentò bofonchiando dei nomi in comprensibili e asserendo di essere principe di non so dove: «traduttore e studioso di fenomeni chimici». Parlava un francese un po’ asiatico, ma poi passò con naturalezza all’italiano, con un beffardo accento napoletano. Mi sfilò delicatamente la carta dalle mani e la guardò abbozzando un ghigno. Percorrendo con l’indice ingiallito dalla nicotina la verticale al centro della carta, lungo la linea nera di un fiume, sussurrò: «È l’amaro Nipro, il Dnepr, menzionato da Erodoto col nome di Borysthénes, che in scita significava ‘ampia terra’; mentre i romani lo chiamavano: Danaper. Qui forma quasi un lago e, appena più sopra, in un reticolo di fiumi, incontra il Pripjat’, da prypec, che significa, come saprà, ‘riva sabbiosa’. Ecco, vede qui, nella prima ansa a sinistra, è segnata Czernobel o Chernobyl. Il nome della città deriva da una combinazione tra chornyi (nero) e byllia (steli d’erba o gambi). Il suo significato letterale sarebbe quindi: nero stelo d’erba. La ragione di questo nome non è ben nota e ci sono varie ipotesi, una di queste la fa derivare dalla parola ucraina che definisce l’artemisia (Artemisia absinthum): la componente principale dell’assenzio, assieme ai semi di anice verde, finocchio, issopo, melissa, mischiati ad angelica, menta, ginepro, camomilla e coriandolo».

Barbara, l’amica polacca alla quale portai la mappa, pagata a caro prezzo, non apprezzò affatto il regalo. Anzi, si arrabbiò moltissimo e me la tirò dietro urlandomi con disprezzo: «Quell’Ucraina è sempre stata Polonia: non vedi che c’è anche Lublino, Leopoli e tutta la Podolia!». Così quella carta è rimasta a me. Ed è anche un po’ per colpa di lei se, quando scoppiò la Centrale nucleare, mi trovavo lì vicino: in una casetta, attorniata da un giardino di meli, alla periferia di Varsavia. A causa di Chernobyl sono diventato radioattivo. Quel nome si è insinuato prepotentemente, e subdolamente, dentro di me, costringendomi ad assumere qualche medicina, nociva soprattutto per la memoria e l’umore. Non foss’altro per scaramanzia, e per rassicurare i miei genitori.

Per qualche anno presi così a frequentare l’antica e profumata farmacia di San Giovanni. Il padrone aveva dei buffi occhialetti penzolanti dal collo, modi gentili e una erre moscia assai marcata. Era l’orgoglioso esponente di una genia di farmacisti io-la-so-lunga, ormai in via d’estinzione. Alle sue spalle, tra i cerulei scaffali pieni di vecchi barattoli, troneggiava la riproduzione del San Giovanni Battista di Leonardo da Vinci, con gli occhiacci ridenti e l’indice puntato verso il cielo. A me quel gesto, più che un monito a non perdere di vista ciò che è superiore, sembrava una beffarda manifestazione di trionfo, come fanno certi calciatori dopo aver segnato un goal. Senza dire che, nel mio caso, dal cielo cui il dito invitava era piovuta giù la peste radioattiva.

Il racconto che segue è l’evidente manifestazione della ristrettezza delle mie vedute, come al solito mascherata dietro molte storie e divagazioni, ma è anche un piccolo contributo per la rivalutazione di una cittadina, vittima dei demonii, che avrebbe aspirato ad altri, e più tranquilli, destini.

Lo scorso anno, in una gelida alba novembrina, mi ritrovai sul lungo marciapiede di fronte alla rugginosa stazione ferroviaria di Kiev. Su decine di pullman si riversavano donne di tutte le età che andavano a lavorare a giro per l’Europa. Proprio davanti a una moderna, ed esageratamente dorata, chiesa ortodossa, stava parcheggiato un piccolo furgoncino giallo munito di bandierina col simbolo della radioattività.

1 2 3 4 5 6 7 Pagina successiva »

Abbonati al

Dal 2010 gli articoli del Post sono sempre stati gratuiti e accessibili a tutti, e lo resteranno: perché ogni lettore in più è una persona che sa delle cose in più, e migliora il mondo.

E dal 2010 il Post ha fatto molte cose ma vuole farne ancora, e di nuove.
Puoi darci una mano abbonandoti ai servizi tutti per te del Post. Per cominciare: la famosa newsletter quotidiana, il sito senza banner pubblicitari, la libertà di commentare gli articoli.

È un modo per aiutare, è un modo per avere ancora di più dal Post. È un modo per esserci, quando ci si conta.