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  • mercoledì 27 Aprile 2011

L’ONU si muove (poco) sulla Siria

Venerdì si riunirà il Consiglio per i diritti umani, ma il Consiglio di sicurezza è bloccato da Russia e Cina

Il Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite (UNHCR) si riunirà venerdì prossimo, su richiesta degli Stati Uniti, per esaminare la situazione della Siria e cercare di fermare la repressione violenta delle manifestazioni da parte del governo. Altri quindici paesi hanno sostenuto la proposta. Già lo scorso martedì le Nazioni Unite hanno chiesto al presidente siriano di interrompere le violenze contro i civili.

Oggi, il segretario dell’ONU Ban Ki-moon ha condannato l’uso di mezzi pesanti e di munizioni contro i manifestanti, parlando della necessità di istituire una commissione internazionale per investigare sulle violenze. In queste ore sono anche in corso trattative all’interno del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che non hanno prodotto finora alcun risultato: Russia e Cina (che hanno diritto di veto all’interno dell’organo di quindici membri), insieme al Libano, si oppongono fermamente a rilasciare dichiarazioni critiche nei confronti del governo siriano. Da quando sono iniziate le proteste in Siria a metà marzo, i morti sarebbero circa 450.

Di fronte al recente aumento della pressione internazionale, l’ambasciatore siriano presso le Nazioni Unite, Bashar Jaafari, ha difeso l’operato del governo negando ogni violenza da parte delle autorità. Ad aprire il fuoco per primi sulle forze armate sarebbero stati non meglio identificati agitatori stranieri, causando la reazione delle forze di sicurezza e l’alto numero di morti tra i civili.

Il Consiglio per i Diritti Umani è una organizzazione dell’ONU con sede a Ginevra. È composto da 47 paesi eletti ogni tre anni (l’Italia ne ha fatto parte dal 2007 al 2010). Nel 2006 ha sostituito la Commissione per i Diritti Umani (UNCHR), il precedente organo che era attivo sin dal 1946, ma era ormai ampiamente screditato dal fatto che ne facessero parte, con grande frequenza, paesi criticati per attività repressive e per mancanza di democrazia come la Cina, l’Arabia Saudita e il Sudan.