Ci aspetta una nuova crisi petrolifera?

L'Economist fa il punto sull'aumento del prezzo del petrolio e spiega che è il caso di preoccuparsi moderatamente

Nelle ultime settimane il prezzo del petrolio è aumentato sensibilmente a causa dell’instabilità politica nell’area del Nordafrica e del Medio Oriente. La benzina in Italia è arrivata a costare 1,56 euro al litro, superando i livelli massimi toccati nel 2008 durante i momenti più intensi della crisi economica, e potrebbe ancora aumentare principalmente anche a causa della rivolta in Libia, paese dal quale nel 2010 soltanto l’Italia ha importato 376mila barili di petrolio al giorno. Secondo l’Economist, la comunità internazionale farebbe bene a preoccuparsi per una possibile nuova crisi petrolifera.

Il Medio Oriente e il Nordafrica producono più di un terzo di tutto il petrolio usato nel mondo. I fermenti in Libia dimostrano che una rivoluzione potrebbe rapidamente interrompere la fornitura di petrolio. Mentre Muammar Gheddafi cerca di resistere e i paesi occidentali si confrontano sull’attivazione di una no-fly zone, la fornitura di petrolio dalla Libia si è dimezzata, a causa della fuga dei lavoratori stranieri e della progressiva frammentazione del paese. La diffusione del malcontento nell’area minaccia di causare una ulteriore interruzione dei rifornimenti.

Al momento il mercato ha reagito contenendo gli aumenti. Il prezzo del petrolio da raffinare era cresciuto del 15 per cento con l’inizio delle proteste in Libia, arrivando a costare 120 dollari al barile lo scorso 24 febbraio. Poi l’Arabia Saudita è intervenuta promettendo di aumentare la produzione e questo ha consentito di ridurre lievemente il prezzo, che oggi si aggira intorno ai 116 dollari.

Si tratta di una cifra del 20 per cento superiore rispetto all’inizio dell’anno. Per quanto sia ben distante dai picchi raggiunti nel 2008, ci sono però indizi per temere un progressivo aumento del prezzo del petrolio, condizionato dalla progressiva riduzione di rifornimenti dalle aree instabili. Inoltre, l’aumento dei prezzi potrebbe influenzare l’andamento della ripresa nei paesi colpiti dalla crisi economica.

Fino a ora, gli shock dei rifornimenti sono stati contenuti. La rivolta in Libia ha ridotto la produzione complessiva di petrolio dell’1% su scala globale. Nel 1973 era del 7,5%. Il mercato petrolifero dei giorni nostri è inoltre pieno di cuscinetti. I governi fanno affidamento sulle riserve, cosa che non fecero nel 1973. Le riserve di petrolio commerciabile sono più ampie di quanto non lo fossero nel 2008. L’Arabia Saudita, la banca centrale del mercato petrolifero, tecnicamente ha una capacità sufficiente per compensare quel che non arriva dalla Libia, dall’Algeria e da altri piccoli produttori. E i sauditi hanno chiarito che intensificheranno la produzione.

Gli analisti sono però preoccupati dalla stabilità della stessa Arabia Saudita. Il paese ha caratteristiche molto simili a quelle degli altri stati in cui ci sono state le rivolte e i rovesciamenti dei governi e questo potrebbe condizionare la sicurezza sui mercati, anche perché qualcosa comincia a muoversi anche da quelle parti sul fronte delle proteste antigovernative. Se le autorità saudite dovessero perdere il controllo il mercato petrolifero potrebbe faticare a contenere i prezzi.

I rischi ci sono, insomma, ma al momento sembra difficile che si possa replicare una crisi petrolifera coma quella degli anni Settanta. Il livello di inflazione è mediamente più basso, si fa meno affidamento sul petrolio nei cicli produttivi e gli stipendi sono meno legati alle fluttuazioni dei costi energetici. Una economia meno vulnerabile non significa comunque che sia totalmente immune. Stando ai calcoli degli analisti, un aumento del 10% del costo del petrolio riduce il prodotto lordo mondiale di un quarto di punti percentuale. L’attuale crescita dell’economia mondiale è pari al 4,5% e per fiaccare la ripresa dalla crisi il petrolio dovrebbe quindi superare i 150 dollari al barile. Un aumento più contenuto dei prezzi sul mercato petrolifero implicherebbe comunque un rallentamento per l’economia.

In Europa la preoccupazione più grande non è data tanto dall’aumento in sé del petrolio, ma dal possibile aumento dei prezzi che ne conseguirebbe e che potrebbe compromettere i piani di rilancio dell’economia per uscire dalla crisi. I responsabili della Banca centrale e delle economie dei singoli Stati dovranno agire con molta cautela, evitando di assumere decisioni troppo drastiche che potrebbero riportare i paesi membri nella recessione.

Il rischio più grande nel mondo in via di sviluppo è l’inazione. Il petrolio più caro favorirà l’inflazione, specialmente attraverso il costo più alto del cibo, e gli alimenti costituiscono ancora buona parte della spesa delle persone in paesi come la Cina, il Brasile e l’India. Certo, le banche centrali hanno aumentato i tassi d’interesse, ma hanno agito tardivamente.

I governi di molti paesi emergenti hanno deciso di intervenire direttamente per attenuare l’inflazione utilizzando sussidi per i prezzi del cibo e della benzina, soluzione onerosa che rischia di condizionare seriamente l’andamento delle loro economie. Anche nel Medio Oriente molti governi hanno scelto questa strada per calmare gli animi della popolazione ed evitare nuove rivolte, ma questo incide sui loro bilanci e potrebbe portare a un circolo vizioso. La speranza, conclude l’Economist, è che i paesi emergenti interrompano la politica dei sussidi generalizzati sui beni e si occupino di politiche sociali più efficaci per le classi meno abbienti. L’Occidente, invece, dovrebbe imparare dalla lezione degli anni Settanta che portò a un sensibile cambiamento di come funziona il mondo: magari è ora di realizzare una ricetta nota da tempo ma mai seriamente adottata, che prevede investimenti in altre fonti energetiche e un nuovo sistema di tassazione per ridurre l’inquinamento e la dipendenza da combustibili fossili.

foto: MARK RALSTON/AFP/Getty Images