I nuovi documenti di Wikileaks sull’Italia

L'ex ambasciatore espresse critiche e insieme fiducia su Berlusconi, e Fini gli disse che D'Alema avrebbe fatto fuori Veltroni

Repubblica ed Espresso hanno avviato oggi – come annunciato – la pubblicazione di nuovi documenti del “cablegate” di Wikileaks che riguardano espressamente l’Italia. Entrambi i giornali del gruppo l’Espresso pubblicano articoli di sintesi e considerazioni su ciò che è contenuto nei documenti, e sul sito dell’Espresso sono ospitati i testi dei documenti originali, anche se per ora (venerdì mattina), sono solo tre. Gli articoli riferiscono di molte espressioni pesantissime dell’ambasciata USA soprattutto nei confronti di Berlusconi, ma non sempre quelle espressioni usate da Espresso e Repubblica corrispondono al contenuto dei documenti, forse per ragioni di sintesi e titolazione, forse perché esistono altri documenti per ora non pubblicati: per esempio non sembra esserci nel cable citato il termine “pagliaccio” usato nei titoli dei due giornali. Quindi riportiamo qui dalle traduzioni i passaggi esatti più rilevanti dei primi tre documenti. L’autore è sempre l’ex ambasciatore Spogli, storicamente piuttosto “favorevole” ai governi berlusconiani, ma capace di analisi sufficientemente distaccate.
Il 2 maggio 2009 Sprogli, a fine incarco, scrive al Segretario di Stato Hillary Clinton un lungo consuntivo, una sorta di appunto per chi verrà:

L’Italia ha dimostrato la volontà, e anche l’entusiasmo, di affiancare gli Stati Uniti nell’affrontare molte delle più pressanti questioni della nostra epoca.

Questo non significa che l’Italia rappresenti sempre il partner ideale per sostenere gli sforzi degli Usa. Il lento ma sostanziale declino economico del Paese minaccia la sua capacità di avere un peso sulla scena internazionale. E la sua classe dirigente dimostra spesso di non avere una visione strategica – caratteristica sviluppatasi attraverso decenni di coalizioni di governo instabili e di breve durata. Le istituzioni italiane non sono sviluppate come sarebbe opportuno aspettarsi da un moderno Paese europeo. La mancanza di volontà e l’incapacità dei leader italiani di affrontare i problemi strutturali che affliggono la loro società – un assetto economico non competitivo, la decadenza delle infrastrutture, il debito pubblico che aumenta, la corruzione endemica – continuano a essere fonte di preoccupazione per i suoi partner, e danno l’impressione di un governo inefficiente e debole. Il primo ministro Silvio Berlusconi è involontariamente diventato il simbolo di questo processo. Le sue continue gaffe e la sua povertà di linguaggio hanno più di una volta offeso gran parte del popolo italiano e molti leader europei. La sua chiara volontà di anteporre i propri interessi personali a quelli dello stato, il suo privilegiare le soluzioni a breve termine a discapito di investimenti lungimiranti, il suo frequente utilizzo delle istituzioni e delle risorse pubbliche per ottenere benefici elettorali sui suoi avversari politici hanno danneggiato l’immagine dell’Italia in Europa, creato un tono disgraziatamente comico alla reputazione dell’Italia in molti settori del governo statunitense.

La combinazione tra declino economico e idiosincrasie politiche ha spinto molti leader europei a denigrare i contributi italiani, e di Berlusconi. Noi non dobbiamo farlo. Dobbiamo riconoscere che un impegno di lunga durata con l’Italia e i suoi leader ci procurerà importanti dividendi strategici, ora e in futuro.

ll primo ministro Silvio Berlusconi enfatizza continuamente il significato del legame USA-Italia. Benché in realtà non sia sintonizzato con i nostri ritmi politici quanto ritiene di essere, è genuinamente e profondamente devoto al rapporto con gli USA. Il suo ritorno in politica la scorsa primavera ha portato un tangibile e pressoché immediato miglioramento nella nostra capacità di conseguire risultati da un punto di vista operativo. E il ministro degli esteri Frattini è uno statista di comprovata esperienza.

Ancor più importante, dall’osservatorio privilegiato di chi conosce l’Italia e la sua popolazione da più di quarant’anni, nonostante gli insuccessi e le incapacità dei suoi rappresentanti istituzionali, bisogna riconoscere nell’Italia un alleato sincero e affidabile, effettivamente capace di rinnovare con entusiasmo una rapporto di stretta collaborazione.

In un altro dettagliato rapporto del 2008 sulla vittoria elettorale di Berlusconi e sul quadro generale dei partiti, Spogli riporta anche sulle condizioni dell’opposizione, segnalando una guerra nel PD familiare agli italiani, ma aggiungendo una intenzione che col senno di poi appare piuttosto grave:

Veltroni è stato indebolito politicamente dalla sua eclatante sconfitta alle elezioni del 13 e 14 aprile, così come due settimane dopo il PD lo è stato dalla perdita poltrona di sindaco nella città di Roma. Veltroni proponeva un modello anglosassone di governo in opposizione a quello berlusconiano, ma il precedente ministro degli esteri Massimo D’Alema, importante esponente del PD, si è rifiutato di parteciparvi e ha iniziato a combattere Veltroni su diversi fronti. Il presidente della camera Gianfranco Fini ha detto all’ambasciatore che D’Alema ha messo Veltroni «nel freezer» e studia una modo per eliminarlo dalla leadership del PD nel prossimo anno.

Il terzo documento risale al 2003 e racconta delle rapidissme obbedienze di Silvio Berlusconi e Gianni Letta alle richieste americane di bloccare un progetto di legge dell’allora ministro dell’Agricoltura Alemanno restrittivo sugli ogm.

L’11 novembre, l’Ambasciatore, accompagnato da AgAtt e Ecmin ha discusso per 30 minuti con il sottosegretario Letta, il più fidato consigliere del primo ministro Silvio Berlusconi, circa le preoccupazioni statunitensi in merito alla proposta di decreto legge. Anche se la proposta di legge circolava ormai da diversi giorni tra i ministeri italiani, Letta è ci apparso realmente all’oscuro della sua esistenza. Nondimeno, ne ha immediatamente colto il significato. Letta ha spiegato che Alemanno ha subito pesanti pressioni dalla Commissione europea per abolire il cosiddetto Decreto Amato (che vietava la vendita di quattro varietà di mais geneticamente modificato, invece approvate dall’Europa). «Ma sembra che lo stia facendo aumentando le restrizioni invece di diminuirle», ha aggiunto. L’ambasciatore ha pienamente concordato. In seguito ad alcune telefonate, Letta ha spiegato all’Ambasciatore che il decreto legge non era inserito nell’agenda settimanale del Consiglio dei ministri, e che quindi non era prevista nessuna azione imminente.

Quindi Letta ha preso il ricevitore per fare un’altra telefonata, stavolta chiamando direttamente il primo ministro Berlusconi. Letta ha brevemente fatto il punto della situazione e dopo aver messo il telefono in modalità viva-voce ha passato la cornetta all’Ambasciatore Sembler. Dopo aver ribadito il suo continuo supporto al presidente Bush negli sforzi per la diffusione della democrazia nel mondo ed essersi augurato che l’Ambasciatore sia stato bene nel suo viaggio a Washington durante la visita del presidente Ciampi, Berlusconi ha quindi promesso che non avrebbe lasciato passare al consiglio dei ministri la proposta di decreto legge del ministro Alemanno per come gli era stata appena descritta. L’ambasciatore ha sinceramente ringraziato.

In conclusione, Letta ha annunciato che sarebbero stati trovati meccanismi «tecnici o di procedura» per far non far passare la proposta Alemanno. Ma ha ripetuto che, se necessario, il procedimento poteva e sarebbe stato bloccato politicamente.

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