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  • martedì 15 Febbraio 2011

La vita quotidiana in Italia ai tempi del Silvio – Episodio 9

La nona puntata del libro di Brizzi: al Costanzo Show, per due volte

Le puntate precedenti di La vita quotidiana in Italia ai tempi di Silvio (Laterza)

Di quel che accade dopo, ho pochi ricordi sicuri: essere ospiti al Costanzo Show è un’attività impegnativa, ché non sei semplicemente davanti alle telecamere – e di fianco al dottor Costanzo – ma di fronte a te c’è una platea gremita da centinaia di persone.
Serve restare concentrati, e questo nuoce alla rammemorazione dei dettagli.
Per certo, nell’arco delle sedute destinate agli ospiti, occupo una postazione che gli osservatori potrebbero localizzare sull’ala sinistra; appena più centrale, per fortuna, non c’è la spostata giovanile ma lo showman Luca Barbareschi.
Più  in là, la chitarra già pronta, Dario Vergassola; cerco di non guardarlo perché ha vicino la spostata, e temo sottilmente che, se i nostri sguardi si incrociassero, quella riprenderebbe a gridarmi contro i suoi insulti.
In teoria si parla uno alla volta, rispondendo alle domande del dottor Costanzo.
In pratica il pubblico applaude e spinge avanti solo chi la spara grossa.
Il mio romanzo-verità dove non si scopa mai non ha le marche del clamoroso, almeno non agli occhi del pubblico del Parioli, così  il giovane «Jack Frusciante» Brizzi risponde, se non di malanimo, intimamente seccato ché non lo si lascia sviluppare a dovere il suo discorso sull’influenza di Andrea Pazienza e Kurt Cobain.
Non secondario, sul palco c’è un monitor, invisibile dalla platea, impostato sul conto alla rovescia: i minuti e i secondi che ci separano dal prossimo blocco pubblicitario scorrono all’indietro, e gli ospiti più consumati attendono il momento propizio per coprire la tua voce con una gag a orologeria, che sposti l’attenzione da te a loro in prossimità del break.
Durante le pause, fisso il pubblico per non guardare Vergassola, dietro il quale si cela la Medusa in grado di pietrificarmi. Decido che non mi sta così simpatico, il pubblico. Penso a Sid Vicious e alla sua pistola, ma la voce del mio invisibile coach, il maestro Superio Es, mi giunge in soccorso: «Boxa, cazzo, boxa. E invece di startene impalato, attacca discorso con Barbareschi: chissà quante ne ha viste».
Mi ci metto, e scopro qualcosa di indimenticabile: qualcuno è perfetto.
Perfetto, naturalmente, per le televisioni del Silvio.
La levigatezza grafica della figura del Barbareschi, infatti, da vicino appare accentuata dalla perfezione del kombinat capelli-basette, né è disgiunta da una dizione perfetta e da un impiego consapevole del ventaglio lessicale.
È davvero stato capace, questo signore sorridente e sornione, di sparare a un maiale durante le riprese di Cannibal holocaust? E davvero è di Destra?
Ossì, e per questo motivo viene perseguitato dai dirigenti della televisione nazionale! Non lo si fa lavorare!
E dire che, conosciuto in un break pubblicitario al Parioli, pare una persona così perbene. Simpatica, anzi. Non puoi che metterti nei suoi panni, anche se non sei di Destra, e convenire che escludere un attore per le sue idee politiche è una vigliaccata.
In un mondo migliore, mi dico, questo non solo torna a lavorare in Rai, ma merita di finire in Parlamento.

Era fatta.
Il libro era apparso al Costanzo Show, qualcuno mi riconosceva per la strada, e già fioccavano le richieste di rifornimento, le ristampe e i nuovi inviti.
Max Canalini non si teneva più: anche se in televisione non avevo parlato a dovere di Transeuropa, il mio titolo stava riscuotendo un successo senza precedenti nella giovane storia della casa editrice, e lui fissava di continuo interviste e incontri col pubblico, i distributori e i librai, imponendomi ogni appuntamento come «altamente strategico».
Poiché  il mio stile di vita bolognese non lo rassicurava, né giudicava utile per me l’università, mi invitò più volte a prendere casa in Ancona, un’ipotesi semplicemente pazzesca: vivevo nomade, fra casa di nonna Pina, quella di una ragazza e gli appartamenti degli amici; mi piaceva frequentare Ancona come Milano, Firenze o Venezia, tutti posti nei quali avevo buoni soci. Era l’idea di fermarmi più di una settimana consecutiva che sembrava l’anticamera della morte, e chi mi voleva bene lo sapeva. Così per i miei soggiorni anconitani, numerosi e piacevoli benché contrassegnati da litigi feroci con Max, scendevo al «due stelle» sopra il ristorante Giardino, lungo il viale alberato che conduce al «Passetto», o alla mansarda dell’hotel Viale riservata – de facto – ai giovani forestieri che gravitavano intorno a Transeuropa.
Max e i suoi soci di allora, Giorgio Mangani ed Ennio Montanari, erano soliti pranzare in trattoria con noi ragazzi: dopo una mattinata di lavoro spesa a «interrogare l’anima dei testi», scendevamo volentieri al Giardino, oppure al bar-ristorante Diana, di fianco alle Poste. Negli anni successivi, senza più Giorgio – uscito dalla società – e con Ennio che appariva di rado, il nostro luogo d’elezione per pranzo e cena divenne il ristorante Tredici cannelle, di fronte alla fontana omonima, con rare eccezioni dettate dalla presenza di ospiti illustri, che si conduceva a mangiare il brodetto tipico ai piedi della cattedrale di San Ciriaco. Solo se l’ora si faceva tarda per le cucine delle Tredici, migravamo verso la cosiddetta Pizzeria de Diabolik, sopra la Galleria.
Il discorrere proseguiva poi, furioso, nel pomeriggio; i dubbi sulla vera natura filosofica del minimalismo non ci abbandonavano nemmeno a tarda sera, mentre bevevamo al pub di Mauro, di fronte alla più costosa osteria-teatro Strabacco, con la quale Max aveva un contenzioso morale ancora aperto.
Con il giusto tenore alcolico a sostenerci, scendevamo al ricercato Liberty, tempio del barman Fabiùs; fra i tavolini capitava di trovare coppie di teneri ventenni, ma più spesso erano occupati da coppie in pelliccia e loden dell’Ancona-bene, alle quali Max non mancava di regalare perle della sua arte performativa.
«Voi che non leggete niente» li apostrofava quando gli girava storto. «Pettinati come la merda.»
Non mirava a venire alle mani, anzi rifuggiva discretamente l’eventualità, ma come editor e attaccabrighe, in quelle notti dei secondi anni Novanta, sapeva essere impagabile.
Ripensando a determinati episodi e provocazioni, è un mezzo miracolo che nessuno ci abbia mai gonfiato di botte.
Una volta, in trasferta a Bologna per la presentazione di Jack Frusciante alla festa dell’Unità, s’impuntò sul fatto che le melanzane in umido servite al ristorante facevano schifo, e pretese di vedere il cuoco.
Sembrava uno scherzo, ma quello si palesò, democraticamente risentito. «Siamo tutti volontari, qui» mise in chiaro.
«Però  ve fate pagare lo stesso» puntualizzò Max.

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