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  • giovedì 10 Febbraio 2011

La vita quotidiana in Italia ai tempi del Silvio – Episodio 6

Sesta puntata del libro di Brizzi: le origini del Gabibbo e il suo impegno sociale

Le puntate precedenti di La vita quotidiana in Italia ai tempi di Silvio (Laterza)

Restava al Silvio un ostacolo cruciale: la proibizione di trasmettere in diretta.
Senza diretta, niente telegiornali.
Senza telegiornali, gravi buchi negli ascolti e corrispondenti guadagni mancati nella raccolta pubblicitaria.
Fino a quando un paese libero come l’Italia del pentapartito avrebbe tollerato quegli insopportabili lacci e lacciuoli?
Fino a quando la Fininvest avrebbe dovuto limitare l’in­formazione e l’attualità alle domande in differita del signor Mike?
Una norma che solo il Silvio, inizialmente, poteva vedere come un’ingiustizia ai propri danni finì per essere recepita da buona parte della popolazione: perché mai non lasciavano che quel buon uomo trasmettesse in diretta? Avevano paura? Erano comunisti? Senza contare che, da un po’ di sana concorrenza, avrebbe tratto giovamento la stessa Rai…
Argomenti strumentali si fecero strada pian piano travestiti da buon senso.
Ma poi, dev’essersi detto qualcuno dalle parti di Cologno Monzese, agli italiani non è sempre piaciuto ridere?
Allora, se un telegiornale vero non si poteva avere, avanti coi carri verso il nuovo obiettivo: il primo telegiornale satirico d’Italia.
Antonio Ricci, al quale il Silvio doveva tantissimo per Drive in, ebbe modo di sperimentare programmi nuovi e dichiaratamente intelligenti come nessun altro autore Fininvest: Lupo solitario non lo guardai per principio, ché ero un appassionato del libro-game dallo stesso nome, e mi era stato assicurato che la trasmissione non aveva nulla a che fare con le avventure, piene di bivi e partite a dadi dagli esiti teoricamente fatali, del mio eroe fantasy preferito.
Solo quando seppi che nella seconda edizione Ricci aveva cambiato il titolo con un russofono Matrjoska accettai di dare un’occhiata. Voci incontrollate – che sospettavo messe in giro dal solito Iuri Giacobbi – promettevano un nudo integrale di Moana Pozzi in trasmissione, evento destabilizzante, in grado di oscurare ai nostri occhi il bolognesissimo cast di concittadini.
Erano cresciuti artisticamente – come si dice – alle soglie del quartiere, i ragazzi del Gran pavese varietà: si chiamavano Patrizio Roversi (era lui, il sedicente «Lupo solitario») e Syusy Blady, Vito e «i gemelli Ruggeri», affiancati per l’occasione da un’altra straordinaria creatura di via del Pratello, Eva Robin’s.
Il programma affrontava di petto tre tabù dell’epoca: il comunismo, ormai trasformatosi da nemico in zimbello; la sgradevolezza esplicita, portata in scena dall’orripilante e volgarissimo pupazzo Scrondo; infine, ma non ultimo nei pensieri maschili, il porno – mai nessuno prima d’allora aveva visto Moana in tivù senza l’aiuto di un videoregistratore.
Eravamo cresciuti con le sue televisioni, ma il Silvio tentennò: che Ricci gl’imponesse un passo più lungo della gamba?
Fra polemiche roventi, litigi di cui non v’è traccia ufficiale e segreti accomodamenti, il giovane segretario del Ponente ligure mantenne la barra dritta e riuscì a imporre la sua linea al comitato centrale di Cologno Monzese: pare che l’unico accomodamento concesso alla proprietà sia stato il cambiamento del titolo, da Matrjoska a L’Araba fenice.
Mentre andavano in onda le imitazioni dei dirigenti bolscevichi di Croda, nel mondo reale Gorbaˇcëv aveva già avviato la sua perestrojka, ma il Muro di Berlino era ancora in piedi.
L’impero orientale scricchiolava, e il Silvio si preparava guardando, a modo suo, verso Est; in patria, molto pragmaticamente, aveva avviato un nuovo capitolo della colonizzazione dell’immaginario. Grazie a quella brillante canaglia di Ricci e alla presenza dei compagni comici bolognesi, adesso anche i comunisti italiani guardavano Italia Uno. Per attirarli, lo spregiudicato Silvio mise da parte ogni scaramanzia, e autorizzò Ricci a mandare in onda un burlesco funerale del Silvio.
Per i non-comunisti, Ricci scrisse il più convenzionale Odiens, trasmesso da Canale 5: col senno di poi, il vero snodo fra il successo giovanile di Drive in e la definitiva consacrazione come autore di Striscia la notizia.
Stavolta il materiale era potenzialente nocivo, anche per esperti iconoclasti del calibro di Ricci e dello stesso Silvio: avrebbe accettato la rancorosa classe politica italiana di farsi mettere alla berlina dall’ex autore di Beppe Grillo e dall’ex tessera 1816 di una nota loggia massonica deviata?

Striscia la notizia fu varato nell’autunno del 1988 con il meritevole proposito di surclassare «la comicità di Bruno Vespa» – the face dell’informazione di Stato già in quel tramonto di Prima Repubblica.
A riprova delle aspettative del Silvio, dal dicembre dell’anno successivo «il primo telegiornale satirico» trovò stabile collocazione su Canale 5, nella fascia oraria in cui i milanesi finiscono di cenare e i romani vi si dispongono, la stessa che ancora oggi occupa sulle guide tv.
Per non lasciare ai soli mezzibusti – i soliti D’Angelo e Greggio – il compito di reggere l’attenzione del pubblico, gli annunci di misfatti, eventi carnevaleschi e pseudocalamità erano ravvivati dall’ingresso in scena di un pupazzo rosso dalle sembianze già familiari, e da due improbabili segretarie di redazione, le giovani e dinamiche veline: le fascinazioni verbali filosovietiche di Croda avevano lasciato il posto prima alle «littorine», le vallette di Odiens, ed ora i tempi erano maturi per tirare in ballo suggestioni da Minculpop.

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