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  • martedì 4 Gennaio 2011

L’età dell’oro della Mongolia

L'ascesa della Cina e le risorse minerarie hanno portato il paese a un livello di prosperità senza precedenti

Fino a qualche anno fa nella capitale circolavano più cavalli che macchine: ora ci sono gli ingorghi

La Mongolia si trova nel bel mezzo di “un’epica corsa all’oro, paragonabile a quella di San Francisco nel 1849”, sostiene Ron Gluckman in un articolo pubblicato da Foreign Policy. “Per la prima volta dopo tempo immemorabile si può restare imbottigliati nel traffico di Ulan Bator, un posto conosciuto finora soltanto per una domanda di Trivial Pursuit (Qual è la capitale con la temperatura media più fredda?) o per un una curiosità storica: sarebbe infatti la leggendaria patria di Gengis Khan”.

Che ci sia un ingorgo a Ulan Bator, la capitale della Mongolia, è effettivamente una notizia, visto che fino a pochi anni fa in città circolavano più cavalli che macchine. Le cose sono cambiate grazie allo sfruttamento degli ingenti giacimenti di carbone e rame, che hanno attirato uomini d’affari, fondi di investimento e società minerarie da Londra, Dallas e Toronto. Di fatto, scrive Gluckman, la Mongolia non viveva un momento di tale prosperità dai tempi di Gengis Khan. Nell’ultimo anno la borsa è cresciuta del 125 per cento e il Fondo Monetario Internazionale prevede per i prossimi anni un tasso di crescita del PIL a due cifre. Secondo Renaissance Capital, una banca di investimenti specializzata nei mercati emergenti, nel 2013 le dimensioni dell’economia della Mongolia potrebbero addirittura quadruplicare.

Lo sviluppo del paese si deve alla presenza di alcuni dei più vasti giacimenti di carbone al mondo, alla notevole quantità di rame e alla vicinanza con la Cina. Il carbone è fondamentale per le acciaierie e le centrali elettriche cinesi, mentre il rame viene utilizzato per realizzare i cavi elettrici delle città cinesi, che stanno crescendo a dismisura, e per la produzione di batterie, legata al mercato in pieno sviluppo delle macchine elettriche. In questo momento la Cina consuma circa sette milioni di tonnellate all’anno di rame (circa il 40 per cento della richiesta globale). CRU Strategies, una società mineraria con sede a Londra, prevede che la richiesta triplicherà nei prossimi 25 anni.

Foreign Policy paragona Ulan Bator alle città cinesi in piena crescita: prezzi degli immobili alle stelle, enormi afflussi di capitali, crescente rischio di corruzione, aumento della disparità di ricchezza e un’enorme quantità di automobili bloccate nelle strade. La capitale è stata invasa dal lusso e dalle grandi firme della moda internazionale. Il contrasto tra la ricchezza del centro e le periferie appena fuori città è impressionante, come in tutte le metropoli in pieno sviluppo: a mano a mano che ci si allontana da Ulan Bator ci si imbatte in campi nomadi dove migliaia di persone vivono in povertà. Le abitazioni si fanno sempre più rare, fino ad arrivare a scomparire del tutto in prossimità deserto del Gobi. E intanto è proprio un territorio così inospitale a costituire la principale fonte di ricchezza del Paese. Qui si trova per esempio Ovoot Tolgoi, una vasta miniera di carbone gestita dalla società canadese SouthGobi. La compagnia ha investito 200 milioni, è sul punto di vendere 4 milioni di tonnellate di carbone in Cina, e prevede di raddoppiare la produzione entro il 2012.

I rischi di un arricchimento così rapido sono molteplici: corruzione, crescente divario tra ricchi e poveri, impiego di bambini sul lavoro. Il presidente Tsakhia Elbegdorj è fiducioso: “La Mongolia è un paese democratico e civile”. In riferimento ai rischi di utilizzo di forza lavoro minorile, aggiunge: “Il nostro popolo e la nostra democrazia sono la garanzia che il nostro paese non diventerà una nuova Nigeria”.

foto ENG KOON/AFP/Getty Images