Perché il Qatar ha avuto i mondiali del 2022

Il NYT spiega perché la FIFA si affida al paese che aveva presentato la peggiore candidatura

Il Qatar dovrà costruire da zero tutti gli stadi, per demolirli il giorno dopo la finale

Due giorni fa il direttivo della FIFA ha assegnato l’organizzazione dei mondiali di calcio del 2018 e del 2022. I primi sono andati alla Russia, e la scelta è apparsa legittima e comprensibile: nonostante l’ottima candidatura presentata dall’Inghilterra, la Russia era il più grosso paese – Asia esclusa – a non aver mai ospitato i mondiali, e può vantare un movimento in grande crescita. La decisione di assegnare al Qatar i mondiali del 2022, invece, è stata molto più sorprendente e discussa.

Di cosa parliamo, intanto: il Qatar è uno stato grande poco più dell’Abruzzo, circondato dal golfo arabico e confinante a sud con l’Arabia Saudita. Ha un milione e settecento mila abitanti ed è una monarchia assoluta: l’emiro è il capo del governo, che nomina i membri della shura, una specie di consiglio dei ministri. In Qatar non esistono partiti politici e non esistono elezioni. La giustizia è amministrata secondo la legge islamica: l’omosessualità è reato, le donne non possono circolare col capo scoperto, eccetera. La sua fortuna è rappresentata dagli enormi giacimenti di petrolio e gas naturale. La sua sfortuna è la terribile aridità dei terreni, motivo per cui dipende dalle importazioni praticamente per qualsiasi cosa, acqua compresa (anche se la desalinizzazione sta facendo progressi).

Dal punto di vista calcistico, il Qatar non ha niente da dire: la sua nazionale non si è mai qualificata ai mondiali di calcio, e il risultato più significativo che ha raggiunto sono i quarti di finale alla Coppa d’Asia del 2000 (a cui arrivò, tra l’altro, senza vincere una sola partita). A livello tecnico, l’unico giocatore del Qatar a non essere del tutto uno sconosciuto è Montezine, brasiliano naturalizzato, vecchia conoscenza del calcio italiano: ha giocato nell’Udinese, nel Napoli e nell’Avellino senza lasciare un gran ricordo. Il suo campionato è molto scadente, ma popolato da vecchie glorie del calcio europeo che vanno lì a divertirsi un altro anno prima di ritirarsi, incassando un mare di soldi: negli anni sono passati dal Qatar giocatori del calibro di Guardiola, Batistuta, West, Hierro, Effenberg, Romario, i fratelli De Boer, Desailly, Caniggia, Dugarry.

Andando per esclusione, non si può che pensare che il Qatar abbia presentato una candidatura di grandissimo livello, perfetta dal punto di vista logistico, organizzativo, economico e politico. Non è così. Di tutte le candidature arrivate alla FIFA per i mondiali del 2018 e del 2022, quella del Qatar era l’unica considerata dalla FIFA ad alto rischio. Per le sue temperature, dato che nella stagione estiva in Qatar si superano facilmente i 40 gradi (gli organizzatori hanno promesso di mettere l’aria condizionata negli stadi). Per l’organizzazione, visto che i dodici impianti che ospiteranno i mondiali devono essere tutti costruiti da zero e saranno concentrati in un raggio di 30 chilometri dalla capitale, Doha. E perché sempre quei dodici stadi per il Qatar sono di fatto inutili, e quindi dopo i mondiali saranno smantellati (e donati in Africa, dicono). Per la sicurezza, visto che parliamo pur sempre di uno stato amministrato dalla legge islamica in una delle regioni più instabili del pianeta. Eppure la decisione della FIFA rimane. Nate Silver sul New York Times cerca di identificare le sue possibili ragioni.

Solidarietà regionale
Dei ventidue membri del comitato esecutivo della FIFA, quattro appartengono a paesi mediorientali: Qatar, Turchia, Cipro ed Egitto. Questi quattro voti hanno rappresentato per il Qatar un aiuto sostanzioso nelle prime fasi del voto, impedendogli di essere eliminato nei primi scrutini. Rimasto in gioco, ha attratto il voto della Thailandia e anche quelli di Giappone e Corea del Sud, quando le loro candidature sono state eliminate. Poi, certo, alla fine ha ricevuto in consensi di qualche nazione europea e sudamericana, per ottenere i suoi 14 voti (contro gli 8 degli Stati Uniti). Ma senza il blocco iniziale sarebbe stato complicato andare oltre i primi due o tre scrutini.

Espansione del calcio
Per quanto il Medioriente abbia più o meno gli stessi abitanti degli Stati Uniti, dal punto di vista del mercato è comprensibile che il comitato esecutivo della FIFA abbia voluto allargare l’influenza e la diffusione del calcio professionistico verso una regione che pullula di sportivi e appassionati ma scarseggia di eventi di livello significativo.

Sviluppo del Medioriente
I rappresentanti della candidatura del Qatar hanno insistito a lungo sul fatto che i mondiali di calcio possono essere l’occasione per il Medioriente di riabilitare la propria immagine sulla scena mondiale. L’economia del Qatar è florida al punto da non avere bisogno di alcuna rivitalizzazione, ma i paesi della regione potrebbero godere di un incremento nel turismo se i mondiali in Medioriente dovessero essere un successo di stabilità, organizzazione e sicurezza.

Corruzione
Qui bisogna andarci piano e prendere tutto con le molle, visto che si tratta di un argomento da processo del lunedì, però è un fatto che due membri dell’esecutivo FIFA sono stati sospesi prima del voto perché intenzionati a vendere il loro voto al miglior offerente. È un fatto che il Qatar ha abbastanza denaro per coprire di milioni di dollari decine di persone, e un sistema politico privo di trasparenza al punto da poterlo fare senza temere ritorsioni politiche o indagini interne. Ed è un fatto che fino a pochi mesi dal voto la candidatura del Qatar appariva debole, proprio perché la stessa FIFA aveva considerato la sua candidatura come la peggiore tra tutte quelle arrivate. Prove, però, non ce ne sono: manco una. In ogni caso ci sarà tempo di riparlarne, da qui al 2022.

(MARWAN NAAMANI/AFP/Getty Images)