Aspettando Amy

L'unico in grado di tirar fuori un altro disco dalla voce di Amy Winehouse sembra essersi stufato pure lui

Intanto è uscita una cover di "It's my party"

di Simona Siri

Sono passati 4 anni e quasi un mese dall’uscita di Back to black. Alla data di oggi fanno 1489 giorni. Considerando il successo prolungato che ha avuto, tutti i premi che ha raccolto, il culto che ha generato, possiamo spostare l’attesa reale per un nuovo disco di Amy Winehouse di qualche anno dopo l’uscita di Back to black e quindi calcolare diciamo due anni? Troppi? OK, mettiamoci dentro anche tutto il resto. Il fatto, ad esempio, che per un lunghissimo periodo che comincia nell’agosto del 2007 non si era neanche così sicuri che Amy Winehouse sarebbe rimasta viva. È il periodo del matrimonio lampo a Miami con quel tossico di Blake Fielder-Civil, dell’overdose dei primi di agosto, del soggiorno in clinica più breve della storia e di un autunno passato ad annullare concerti in ogni parte d’Europa o, quando non cancellate, di esibizioni in cui è chiaramente strafatta, non si regge in piedi, dimentica le parole, litiga con il pubblico che – giustamente – la fischia.

Poi c’è stato il 2008 e la storia non è molto cambiata: altri ricoveri in clinica, le risse per strada con il marito tutte ovviamente documentate dai tabloid inglesi che ormai campano sulle sue disgrazie, altre overdosi tanto che se ne perde il conto, l’amicizia con Pete Doherty che certo non aiuta, la madre Janis che scrive una lettera aperta al News of the World in cui implorala figlia di farsi aiutare. Fino ad arrivare a tempi più recenti: alla richiesta di divorzio da Blake, finalizzato nell’agosto del 2009, a lei che per un lungo periodo si trasferisce sull’isola di Santa Lucia (già), a voci di disintossicazione, a un nuovo fidanzato, a foto in cui compare decisamente più in carne e in forma rispetto a prima.

Forse possiamo far partire da qui l’attesa con una qualche ragionevole speranza di un nuovo disco. Si tratta comunque di più di un anno e mezzo. Un anno e mezzo di notizie in cui il nome di Mark Ronson – il produttore, insieme al collega Salaam Remi, di Back to black – è dato per scontato, così come è dato per scontato (e i tre Grammy vinti insieme stanno lì a testimoniarlo) che il successo di Amy Winehouse sia merito suo, della sua capacità di aver regalato a una cantante straordinaria un suono che adesso sarà sì copiatissimo, ma allora non lo era, pendendolo a prestito da vecchi gruppi anni ’60 come Shangri-Las e Ronettes e trasformandolo nella cosa più nuova e cool in circolazione. Insomma, che il nuovo disco di Amy Winehouse avrebbe portato di nuovo la firma di Mark Ronson nessuno lo metteva in dubbio, e tutti lo speravano.

Anche perché nel frattempo Mark Ronson è diventato l’uomo più importante e richiesto del pop. Dove mette le mani lui tutto si trasforma in milioni di copie vendute. Versions, il disco di cover uscito nel 2007 e che contiene il brano degli Smiths Stop me if you think you’ve heard this one before, è un successo clamoroso, così come lo sono le collaborazioni con Robbie Williams, Lily Allen, Kaiser Chiefs, Duran Duran, insomma nominatene uno e quello c’è, pure Bob Dylan del quale Ronson remixa la canzone Most Likely You’ll Go Your Way (And I’ll Go Mine). E non è solo questione di lavoro. Grazie all’amicizia che li lega, Ronson sembra l’unico in grado di poter fare ragionare Amy Winehouse, di tenerla lontana dalle droghe, di valorizzarne il talento indiscusso ma messo troppo a rischio da una vita svalvolata e da un certo fascino per il cliché secondo il quale un vero artista deve essere tormentato per forza, se no che artista è.

Ronson, invece, con la sua bella faccia, il gusto per i bei vestiti e le origini alto borghesi è il contrario di tutto questo e nell’ambiente è universalmente riconosciuta l’ottima influenza che ha su Amy e sui suoi comportamenti strampalati. Là dove l’etichetta discografica sembra fallire, Ronson sembra avere successo: dopo una falsa partenza nel 2008 in cui dovevano incidere il tema per il film di James Bond Quantum of Solace – progetto poi naufragato per le cattive condizioni di Winehouse – nell’aprile di quest’anno i due tornano davvero a lavorare insieme in studio. Il risultato è uscito la scorsa settimana: si tratta di It’s my party, cover di un brano di Lesley Gore e che fa parte di un album tributo a Quincy Jones.

L’alba di un nuovo inizio? Non esattamente. Da aprile a oggi le cose sono di nuovo cambiate. A settembre Ronson rilascia un’intervista durante il programma Later… with Jools Holland in cui, parlando della lavorazione di Back to black, dice: “Amy arrivava in studio e mi suonava le canzoni con la chitarra acustica e io da lì ci costruivo sopra in ritmo e l’arrangiamento”. Quattro ore dopo, sull’account twitter di Amy Winehouse compare questo messaggio: “Prenderti metà credito del disco che io ho scritto? Non credo proprio. Ronson: per me tu sei morto”. Urca.
È stato allora che il conto alla rovescia è stato azzerato e le speranze di chi si aspettava un nuovo disco a breve sono un po’ naufragate. La conferma è arrivata da Ronson stesso che, pur dicendosi sorpreso dall’uscita di Amy e pur accettando le scuse arrivate da lei il giorno dopo, ha confermato che no, non stanno lavorando insieme e che lui è al momento impegnato a promuovere il suo disco solista, Record Collection, presentato a Roma martedì scorso con un concerto al Brancaleone. Ma se Mark Ronson non sta lavorando al nuovo disco di Amy Winehouse, chi lo sta facendo? Probabilmente Salaam Remi, già produttore del disco d’esordio Frank e coproduttore di Back to black. La data di uscita? Ancora un mistero. È però notizia dell’altro ieri che Winehouse tornerà ad esibirsi dal vivo a gennaio in Brasile: quattro date dall’8 al 15 gennaio. Nessun accenno a canzoni nuove, però. L’unica rimane It’s my party, registrata, come detto, ad aprile con Mark Ronson.

Millequattrocentoottantanove giorni. Non resta che continuare ad aspettare. E a contare. “Tutto Back to black parla di lui”, diceva all’epoca riferendosi al marito Blake. Un disco disperato, fatto di amore estremo, di sbronze, di depressione, di tradimenti, di sensi di colpa e della sciagurata abitudine di innamorarsi sempre e comunque della persona sbagliata. Da allora la sua vita non è stata certo una passeggiata: ha divorziato da Blake pur amandolo ancora e cosa ci sia adesso nella sua testa nessuno lo sa. Quello che sappiamo è che se solo la metà delle cose successe nel corso di questi millequattrocentoottantanove giorni diventassero canzoni, avremmo probabilmente un disco ancora più straordinario del precedente. Anche perché – con o senza Mark Ronson – se c’è una cosa che Amy Winehouse sa fare è prendere pezzi anche dolorosi – anzi: soprattutto dolorosi – della sua vita e trasformarli in canzoni.

(Photo by Ian Gavan/Getty Images)