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  • sabato 27 Novembre 2010

Il PD e i “militanti protestanti”

Luigi Manconi e la perpetua "lamentazione attorno all’impotenza del PD"

Intorno al Partito democratico si accalcano due diversi gruppi di Protestanti: gli Incavolati Astenuti Comunque (IAC) e i Votanti Comunque Incavolati (VCI). Si tratta di due correnti più o meno organizzate e di due diffuse scuole di pensiero e di mugugno. Entrambe le correnti (l’IAC e il VCI) si manifestano attraverso una ininterrotta (e un po’ nevrotica) lamentazione attorno all’impotenza del Pd. Ed entrambe partono da un presupposto: la rivendicazione della comproprietà del Pd. Ovvero il possesso di azioni di quel partito (e forse la golden share), l’esercizio di un controllo su di esso, la titolarità del suo ruolo. In breve, lo status di padroni del Pd.

Una simile pretesa – in un sistema democratico – non è poi così assurda. È legittimo, e persino doveroso, intromettersi negli affari altrui, e tanto più nei propri: quando quegli “affari” riguardano direttamente la partecipazione alla cosa pubblica. E, invece, guai se un partito diventa “cosa loro” inafferrabile e irraggiungibile. Un partito, tanto più quando la partecipazione tende a ritrarsi e il populismo produce effetti oligarchici, deve offrirsi generosamente alle domande di protagonismo politico dei cittadini. Il partito deve cedere quanto più può della propria sovranità alle richieste di interferenza e ingerenza provenienti dall’esterno. Fatta salva, evidentemente, la capacità di operare e decidere del partito stesso. Non si tratta di “altruismo”, bensì di una necessità ineludibile: un partito che non sia attraversato dai movimenti (sociali e di opinione) e che non sia esposto alle controversie culturali e ai conflitti ideali è destinato a ridursi a piccola lobby e a rischiare un accelerato deperimento. Questo vale tanto più per un partito che non si voglia espressione (peggio: appendice) di “un uomo solo al comando”. Dunque, il Pd non deve concedersi alcuna tentazione di autosufficienza. Ma questo impone una domanda: chi può legittimamente pretendere di interferire con la vita del Pd? Probabilmente, la risposta più giusta è: tutti, ma a patto che si rispetti un codice di comportamento e una scala di priorità.

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