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  • lunedì 4 ottobre 2010

La riforma universitaria in sei punti

Il Corriere della Sera spiega le principali modifiche che sarebbero introdotte con la riforma Gelmini

Il voto sulla legge è stato rinviato e ora la riforma rischia di restare bloccata

La settimana scorsa il governo ha deciso di rinviare dal 5 al 14 ottobre il voto alla Camera sulla riforma universitaria proposta dal ministro Gelmini, e ora rischia di non avere più i tempi tecnici per approvarla. Il 15 ottobre alla Camera inizia la sessione di bilancio, che dura circa un mese e per regolamento costringe tutti gli altri provvedimenti ad aspettare in coda. Se sarà confermata la data del 14, quindi, la riforma molto probabilmente resterà bloccata e rischierà di finire su un binario morto, soprattutto nell’eventualità che si vada alle elezioni a marzo. Oggi il Corriere della Sera prova a spiegare in sei punti quali sarebbero le principali modifiche introdotte dalla riforma.

1. Nuovi limiti per il rettore

Il rettore non potrà restare in carica per più di due mandati. Il che significa che potrà restare in carica per un massimo di otto anni, o di sei anni nel caso in cui sia stato eletto con mandato unico non rinnovabile. Secondo i calcoli del Sole 24Ore, scrive il Corriere, se la riforma fosse entrata in vigore già da questo autunno circa il 60 per cento dei rettori in carica sarebbero stati colpiti dagli effetti di questa nuova norma. La legge dispone inoltre che il rettore faccia parte del consiglio di amministrazione dell’università, a cui dovrà proporre un candidato per l’incarico di direttore generale.

2. La carriera dei professori

I professori dovranno andare in pensione prima. La riforma abbassa il tetto massimo da 72 a 70 anni per i professori ordinari e a 68 anni per quelli associati. Cambierebbero anche i meccanismi di accesso alla docenza accademica: prima di ottenere un incarico d’insegnamento sarà necessario ottenere un’abilitazione scientifica nazionale, di durata quadriennale e attribuita ad hoc da una commissione. Il reclutamento non passerebbe più quindi attraverso i concorsi locali, ma sarebbe determinato dalla valutazione espressa dalla commissione, che come recita il testo diventerà «titolo preferenziale per l’attribuzione dei contratti».

3. I ricercatori

La proposta di legge prevede che i ricercatori entrino solo con contratti a tempo determinato (4-5 anni), seguiti da contratti triennali. Al termine di questi contratti dovranno superare un esame di idoneità per avere la conferma a tempo indeterminato come professori associati. Nel caso in cui non dovessero ottenere questa idoneità, il loro rapporto con l’ateneo sarebbe chiuso per sempre. È il punto più criticato della riforma, e quello su cui si sono concentrare le proteste degli ultimi mesi. I ricercatori  accusano il governo di avere introdotto una nuova e più grave forma di precariato e hanno protestato con il blocco della didattica. Pur non avendo nessun obbligo d’insegnamento, i ricercatori svolgono il 40 per cento delle attività didattiche nelle università.

4. I controlli sui conti

La riforma vuole introdurre anche nuovi parametri per rendere più trasparente la gestione contabile degli atenei. Le università che non saranno in regola con i conti verranno commissariate e a chi dimostrerà di non essere in grado di gestire le risorse saranno tagliati parte dei fondi, che verranno distribuiti in base alla qualità della ricerca e della didattica.

5. La gestione delle facoltà

Ogni ateneo potrà avere al massimo dodici facoltà. Le università potranno però federarsi con accordi inter-ateneo al fine di «razionalizzare la distribuzione delle sedi universitarie e di ottimizzare l’utilizzazione delle strutture e delle risorse». Per le università più piccole – con un organico di professori, ricercatori di ruolo e ricercatori a tempo determinato inferiore a 500 unità – sarà possibile darsi «un’organizzazione interna semplificata».

6. Le misure per gli studenti

La riforma creerebbe un fondo speciale «finalizzato a promuovere l’eccellenza e il merito fra gli studenti individuati, per gli iscritti al primo anno, mediante prove nazionali standard e per gli iscritti agli anni successivi, mediante criteri nazionali standard di valutazione». Una rappresentanza studentesca è prevista anche all’interno del consiglio d’amministrazione.

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