• Scienza
  • venerdì 24 Settembre 2010

La città fa bene?

Nuove ricerche e analisi sostengono che la vita nei centri urbani migliori le condizioni di vita degli umani e li renda più resistenti alle malattie

La vita nei grandi centri urbani ci ha reso immuni a molte malattie. La conclusione è di un gruppo di ricercatori britannici che ha da poco pubblicato uno studio sulla rivista scientifica Evolution. Stando ai risultati della ricerca, le persone che vivono in aree densamente popolate hanno una maggiore probabilità di possedere una variante genetica nel loro DNA che li rende resistenti ad alcuni tipi di malattie come la tubercolosi e la lebbra.

I ricercatori hanno analizzato il DNA di un campione di abitanti di 17 aree urbane tra Asia, Africa ed Europa. Successivamente hanno confrontato le informazioni raccolte con i dati storici delle medesime città sull’andamento delle epidemie e la diffusione delle malattie tra gli abitanti. Il confronto ha consentito di scoprire la presenza di una variante genetica in un vasto numero di popolazioni tra il Medio Oriente e l’Asia e in alcune zone dell’Europa dove furono fondati i primi grandi insediamenti urbani.

Mark Thomas è docente presso l’University College di London, e così spiega sul sito della rivista Time l’importanza della recente scoperta:

«La densità della popolazione sembra rivestire un ruolo importante nel processo di plasmazione della nostra specie. Per la nostra specie è stato fondamentale mantenere le abilità e la cultura che ci distinguono dagli altri primati. Questo ha condizionato molte delle differenze genetiche che vediamo oggi tra le diverse popolazioni in tutto il mondo. E ora sembra abbia anche influenzato il modo in cui le malattie si sono diffuse nel passato e come ci siamo evoluti per resistere alle diverse patologie.»

Lo studio sta suscitando molto interesse nella comunità scientifica, ma non mancano le voci critiche. I detrattori della ricerca sostengono che le conclusioni cui sono giunti gli esperti britannici potrebbero essere affrettate. Le informazioni genetiche raccolte oggi sono state confrontate con dati storici del passato sull’andamento delle malattie, e non sulla presenza o meno della variante genetica che ora sembra proteggere gli individui che vivono in città da tubercolosi e lebbra. Il confronto è dunque indiretto e dunque non può essere dimostrato con assoluta certezza un legame tra vita in città e progressiva modificazione di uno o più geni.

Lo studio viene messo anche in discussione sulla base dei flussi migratori e delle invasioni, che nei secoli hanno portato le popolazioni a mischiarsi. La variante genetica che allontana il rischio di ammalarsi di tubercolosi è maggiormente presente nelle popolazioni dell’area mediorientale e nelle aree in cui sono avvenute le maggiori invasioni dall’Arabia: Spagna tra ottavo e quindicesimo secolo e India nel dodicesimo secolo.

La tesi di un rafforzamento della nostra specie grazie alla vita urbana è sostenuta da tempo da numerosi evoluzionisti e studiosi delle dinamiche umane come Stewart Brand, che nel suo ultimo libro Una cura per la Terra (Codice Edizioni, di imminente uscita) dedica due capitoli al miglioramento delle condizioni di vita indotto dall’urbanizzazione. Certo, nei centri urbani ci sono povertà, stress, relazioni limitate e frammentarie, inquinamento e crimine, eppure secondo Brand il fatto che ogni settimana 1,2 milioni di persone decidano di andare ad abitare in città deve pur significare qualcosa. Lo fanno quasi tutti volontariamente.

Figli, cugini e amici difficilmente tornano indietro per un semplice motivo: secondo Brand hanno esperienze urbane soddisfacenti e vivono meglio tra palazzi e asfalto che nelle aree rurali, specialmente nelle aree povere del mondo: perché altri benefici prevalgono sull’asfalto. L’autore non si ferma qui. Anche se può apparire controintuitivo, persino la vita nelle baraccopoli offre più opportunità e in genere le condizioni generali migliorano man mano che chi le abita trova un lavoro e i governi si impegnano nella realizzazione di servizi basilari come acquedotti e reti per l’elettricità.

Le città, conclude Brand, non solo ci rendono immuni da malattie pericolose, ma guariscono molte più persone di quante ne uccidano perché nel medio – lungo termine guariscono la miseria.