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  • sabato 18 settembre 2010

“Una bomba a orologeria”

Il referendum di gennaio decreterà quasi sicuramente la secessione del sud del paese

Il governo centrale dice che accetterà i risultati ma i due eserciti hanno già ripreso ad armarsi

Con l’avvicinarsi delle prossime elezioni referendarie, il Sudan rischia di precipitare in una nuova guerra civile.

La guerra tra nord e sud del paese era durata oltre vent’anni – dal 1983 al 2005 – causando più di due milioni di morti e quattro milioni di dispersi. Gli accordi di pace firmati nel 2005 tra il governo di Karthoum e l’esercito di liberazione (Sudan People’s Liberation Army) garantivano tre cose fondamentali al sud: partecipazione al governo centrale; spartizione al 50 per cento delle risorse petrolifere del paese (le risorse maggiori si trovano al sud); e possibilità di votare per la secessione con un referendum nel 2011. Da quando il Sudan ottenne l’indipendenza dal Regno Unito nel 1956, gli abitanti del sud sono stati marginalizzati, terrorizzati e sottoposti a continue vessazioni e violazioni di diritti civili e umanitari da parte dei vari regimi di Karthoum. Per questo considerano l’indipendenza un diritto sacro: se il referendum si svolgerà regolarmente, il sud voterà in blocco per la secessione.

Il segretario di stato americano Hillary Clinton ha descritto la situazione una «bomba a orologeria» e il presidente Barack Obama parteciperà a una seduta delle Nazioni Unite il 24 settembre per discutere del futuro del paese. Il nord a maggioranza musulmana difficilmente concederà il controllo sulle preziosissime risorse petrolifere del paese e i due eserciti hanno già ripreso ad armarsi in vista dello scontro.

Il presidente del Sudan Omar Hassan al-Bashir – recentemente incriminato dalla Corte Penale Internazionale con l’accusa di genocidio nel Darfur – ha detto che non si opporrà ai risultati delle elezioni, ma nessuno si aspetta che l’esito possa essere davvero pacifico. Anche perché il conflitto per il controllo sulle risorse petrolifere ormai non è più solo una questione di nord contro sud, ma ha finito per esasperare anche le tensioni tra gruppi etnici diversi all’interno della stessa regione meridionale. I Dinka sono l’etnia dominante e gli altri gruppi temono che non avranno nessuna intenzione di condividere il loro potere una volta ottenuta l’indipendenza da Karthoum.

La nuova nazione – che avrebbe un’estensione pari a quella della Francia – avrebbe come capitale Juba, una città che ha solo cinque strade asfaltate. Nonostante la sua ricchezza petrolifera, il sud del Sudan resta una delle regioni più povere del mondo: i suoi oltre dieci milioni di abitanti vivono di agricoltura su territori prevalentemente desertici.