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  • mercoledì 14 luglio 2010

Il Sudan rischia un’altra guerra civile

Lo scrittore americano Dave Eggers cerca di riportare l'attenzione sul rischio di una nuova guerra civile in Sudan

Il referendum per la secessione del sud è previsto per gennaio 2011, ma è probabile che il governo centrale cercherà di impedirlo

di Elena Favilli

Nel suo libro “What is the What” (tradotto in italiano da Mondadori con il titolo “Erano solo ragazzi in cammino”), Dave Eggers racconta la storia della guerra civile in Sudan attraverso gli occhi di un ragazzino riuscito a fuggire, Valentino Achak Deng. Il libro uscì per la prima volta negli Stati Uniti nell’ottobre del 2006, a poco più di un anno dagli accordi di pace firmati tra nord e sud del paese.

In questi giorni Dave Eggers ha cercato di riportare l’attenzione sul Sudan con un articolo sul New York Times scritto insieme all’attivista e scrittore John Prendergast, impegnato da oltre venticinque anni nella lotta per la pace in Africa. L’articolo mette in guardia sul rischio di una nuova guerra civile con l’avvicinarsi delle prossime elezioni referendarie, previste per gennaio 2011.

La guerra tra nord e sud del Sudan era stata una delle più devastanti dell’Africa e gli Stati Uniti avevano avuto un ruolo fondamentale nelle trattative che portarono alla pace nel 2005.

Dal 1983 al 2005, più di due milioni di persone morirono e quattro milioni furono costrette a lasciare le loro case durante la guerra tra il governo centrale e l’esercito di liberazione del sud (Sudan People’s Liberation Army). Poco dopo essersi insediato alla Casa Bianca, George W. Bush decise di concentrare totalmente gli sforzi diplomatici degli Stati Uniti sul Sudan per cercare di mettere fine alla guerra civile. E ci riuscì. Nel 2005, gli Stati Uniti riuscirono a far firmare un accordo di pace e (Comprehensive Peace Agreement) tra il governo sudanese e le forze del sud. Fu un momento molto importante per la diplomazia internazionale e uno dei migliori esempi di quello che gli Stati Uniti possono riuscire a fare se usano il loro potere d’influenza nel modo giusto.

Gli accordi garantivano tre cose fondamentali al sud: partecipazione al governo centrale; spartizione al 50% delle risorse petrolifere del paese (le risorse maggiori si trovano al sud); e possibilità di votare per la secessione con un referendum nel 2011.

Da quando il Sudan ottenne l’indipendenza dal Regno Unito nel 1956, gli abitanti del sud sono stati marginalizzati, terrorizzati e sottoposti a continue vessazioni e violazioni di diritti civili e umanitari da parte dei vari regimi di Karthoum. Per questo considerano l’indipendenza un diritto sacro: se il referendum si dovesse davvero svolgere regolarmente, il sud voterebbe in blocco per la secessione.

Ma oggi, ad appena sei mesi dalla data del referendum, tutto sembra indicare che il governo di Khartoum cercherà di minare le elezioni, o comunque di alterare i risultati. Il partito al governo (National Congress Party) ha di fatto bloccato quasi tutti i punti previsti dagli accordi di pace del 2005, e le elezioni dello scorso aprile – in cui si sono verificati molti casi di brogli – sono un precedente inquietante. Se a gennaio il referendum non ci sarà, o se i risultato saranno alterati, allora il conflitto sarà inevitabile. Entrambe le parti hanno continuato ad armare i loro eserciti dal 2005 e quindi è probabile che lo scontro tra nord e sud sarà ancora più violento che in passato. E se il conflitto riesplode nel sud, allora sicuramente esploderà di nuovo anche quello nel Darfur.

Dave Eggers si chiede come sia stato possibile riuscire ad annullare i passi avanti fatti grazie alla politica diplomatica degli Stati Uniti nel 2005. E si domanda che cosa potrebbe fare ora l’amministrazione Obama per cercare di prevenire una nuova guerra che causerebbe sicuramente milioni di morti.

Gli Stati Uniti dovrebbero minacciare di colpire il paese con pesanti sanzioni: bloccare gli aiuti per la riduzione del debito attualmente previsti dal Fondo Monetario Internazionale; supportare i mandati d’arresto emessi dalla Corte Penale Internazionale (incluso quello emesso nei giorni scorsi contro il presidente del Sudan Omar Hassan al-Bashir, accusato di genocidio in Darfur); rafforzare l’embargo sulle armi e fornire ulteriore supporto al sud.

Ma perché questo sforzo diplomatico produca dei risultati, la controproposta dovrebbe prevedere anche degli incentivi: se – e solo se – la pace davvero arriverà in Sudan, gli Stati Uniti potrebbero offrire una sospensione di un anno per i mandati d’arresto emessi dalla Corte Penale Internazionale e una normalizzazione dei rapporti tra Khartoum e Washington. A quel punto dovrebbero anche garantire immediatamente il loro aiuto alle forze delle Nazioni Unite e dell’Unione Africana per cercare di mettere fine al conflitto nel Darfour.

Bill Clinton dice che il suo più grande rimpianto è quello di non avere fatto abbastanza per fermare il genocidio in Rwanda. Questo è il “Rwanda moment” di Obama, e sta accadendo adesso, in slow motion. Non è troppo tardi per prevenire la prossima guerra in Sudan, e proteggere la pace che aiutammo a costruire appena cinque anni fa.

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