Anna Finocchiaro contro le “alleanze antiberlusconiane”

«Il nostro primo avversario non è Berlusconi ma sono i mali e i ritardi dell’Italia»

«Non mi sembrano praticabili alleanze di governo cifrate dall’antiberlusconismo e neanche dal richiamo ad una mera coalizione di “resistenza costituzionale”»

Malgrado un macchinoso e forse a questo punto superfluo riassunto iniziale sui mali-del-Paese, il commento su Europa del capogruppo del PD al Senato Anna Finocchiaro contiene delle opinioni che potrebbero fare discutere dentro il partito e tra i suoi militanti. Soprattutto quelle che riguardano il ridimensionamento dell’antiberlusconismo come priorità politica.

Se questo è, per quanto parziale, per quanto approssimato, un credibile quadro della complessiva crisi del sistema italiano, e se possiamo chiamare a responsabilità gravi il governo e la maggioranza berlusconiana, abbiamo però anche il dovere di dire che i ritardi e le grandi difficoltà del paese non sono tutte derivabili da essi. Trovano anche ragioni più antiche, inscritte nella storia degli ultimi decenni, e includono responsabilità anche delle forze di centro-sinistra.
Non lo dico per giustificare l’ingiustificabile incapacità e predatorietà del governo Berlusconi e della sua maggioranza, né per mettere la sordina a nessuna delle critiche che in questi anni, per tante volte e con tanta convinzione, abbiamo mosso, e che credo di poter ribadire una per una. Ma lo dico per una ragione più profonda e più impegnativa: il nostro primo avversario non è Berlusconi ma sono i mali e i ritardi dell’Italia.
La condizione imprescindibile, certo, è battere l’attuale premier alle prossime elezioni. Ma, oggi, con la crisi avviata dentro la maggioranza, insanabile nella sua sostanza, siamo chiamati a mostrarci all’Italia come in grado di affrontare quei mali e quei ritardi. A partire da quello che io ritengo essere un discrimine programmatico netto e non negoziabile: le politiche per le nuove generazioni. Questa sarà la vera pietra angolare che misurerà il grado di innovazione e la vera volontà di un governo riformatore. Per questo ritengo utile avanzare alcune proposte.
In primo luogo ritengo essenziale che il Pd proponga a tutte le forze democratiche di rinnovare il patto di fedeltà costituzionale, prescindendo dalla loro collocazione politica, per ripristinare il valore fondamentale dei principi costituzionali e la loro funzione regolativa della vita politica.
Senza che questo alluda ad alleanze di governo.
In secondo luogo, di fronte ad un dibattito astratto – e pure dividente – tra chi sostiene uno schema di alleanze e chi un altro, trovo che in nessun caso i conti tornino. Né mi sembrano praticabili alleanze di governo cifrate dall’antiberlusconismo e neanche dal richiamo – pure apprezzabilissimo – ad una mera coalizione di “resistenza costituzionale”, per due ordini di ragioni: l’antiberlusconismo non reca necessariamente con sé politiche utili ed efficaci per l’Italia; il richiamo alla resistenza costituzionale è un’ottima ragione per un governo di salute pubblica, ma ha in sé il carattere della transitorietà.

Finocchiaro prova quindi a delineare quale debba essere il ruolo del PD e del suo progetto, diverso dalla succitata intenzione di battere Berlusconi. E facendo attenzione a non contestare il progetto del “nuovo Ulivo” esposto dal segretario Bersani, prova a dargli un significato diverso da quello circolato finora a base di estensione delle alleanze.

È inutile esercitarsi in calcoli aritmetici su ipotetiche previsioni elettorali per disegnare future alleanze di governo. I conti non tornano comunque. Così come ritengo fuori luogo consumare questi giorni nell’astratta ricerca della leadership da contrapporre a Berlusconi: il nostro statuto ha già risolto il problema. Al Partito democratico, secondo partito del Paese e più grande forza di opposizione, tocca affrontare questo passaggio con una più alta responsabilità.
Non vinceremo le elezioni se, prima, non saremo capaci di creare nel paese un blocco di soggetti sociali che, insieme ai partiti politici, costruiscano una prospettiva di governo su problemi e soluzioni. E se questo sforzo non sarà generoso, non si ricostituirà quel giacimento di fiducia che oggi appare esaurito e che è l’unica forza vera che può risollevare il paese. Credo che sia questo il senso in cui bisogna intendere il richiamo di Bersani al Nuovo Ulivo.
Non una formula, per molti oscura e non significante. Uno sforzo, grande. Un’alleanza con l’Italia. A partire da un programma sul quale si costruiranno le alleanze. Non, come altre volte è avvenuto, il contrario.

E infine, Anna Finocchiaro torna a spiegare – l’aveva fatto qualche giorno fa generando qualche agitazione nel partito: Bindi aveva detto subito “il nostro candidato è Bersani” – che un eventuale candidato premier che non venga dal PD sarebbe assolutamente sostenibile, se servisse alla realizzazione di queste intenzioni.

Se lavorando a questa alleanza con l’Italia che vuole cambiare, che vuole stare in Europa, dovessimo scoprire che la politica e i partiti devono fare un gesto di generosità, trovando leadership che riescono a parlare al paese, proprio in nome di questo patto, meglio e più dei partiti stessi, io non mi scandalizzerei. C’è poco tempo, certo. Per questo non possiamo perderne altro. E peraltro, ormai, sono i dieci anni che verranno che debbono occuparci, il resto è già stato, è già dietro di noi.