La scissione del PD?

Il Corriere della Sera sostiene che i veltroniani stiano seriamenente pensando a gruppi parlamentari autonomi, con tanto di scelta di nomi

I veltroniani smentiscono tutto, per bocca di Walter Verini.

«Qualche giornale lancia una notizia del tutto infondata, secondo la quale i cosiddetti ‘veltroniani’ avrebbero la tentazione di dare vita in Parlamento a gruppi autonomi dal Pd. Per essere chiari, non se ne è mai parlato. In questo periodo, del resto, si è letto di tutto: sono circolati documenti di duro attacco alle basi fondative del Pd e da parte di massimi dirigenti si sono rivolti attacchi pesanti a quel Pd che aveva ottenuto il 34% alle elezioni politiche». Così il deputato Walter Verini smentisce l’intenzione dei fedelissimi dell’ex leader Pd di fare un proprio gruppo, riportata oggi dal Corriere della Sera. «In realtà – afferma il deputato veltroniano – è molto diffusa dentro il Partito Democratico la preoccupazione per la gravissima situazione del Paese e per le difficoltà del nostro partito, che raggiunge nei sondaggi – in una condizione politica che dovrebbe essere assolutamente favorevole ad una forza di opposizione – il suo minimo storico. Ignorare questo dato e ignorare il fatto che si moltiplicano prese di posizione individuali e contraddittorie che alimentano confusione rispetto alla linea politica del partito, sarebbe davvero molto grave». Per Verini, «è dunque necessario ragionare lealmente sulle motivazioni di queste difficoltà. Per molti l’abbandono dell’ispirazione originaria e dell’idea di costituire un forte nucleo riformista nutrito di spirito d’innovazione e di coraggio è la ragione principale di queste difficoltà. Ma è di questo che si parla. Con l’obiettivo di fare più forte il Pd e per restituire al partito le ragioni della sua stessa origine». «Nessun gruppo parlamentare autonomo – conclude Verini – Siamo impegnati nel legittimo diritto-dovere di difendere e a far valere le motivazioni che hanno portato alla nascita di quello che è stato il più grande partito riformista italiano, che è stato e deve continuare a rappresentare una speranza per tanti milioni di italiani e per un Paese che ha bisogno di uscire – con una alternativa davvero credibile – dalla stagione del berlusconismo».

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L’ultimo grido della crisi dei grandi partiti italiani e del bipolarismo nel nostro paese sta diventando la “formazione di gruppi parlamentari autonomi”. Dopo la nascita di Futuro e Libertà – che ancora non si è capito cosa sia, se un partito o no – adesso viene evocato il modello scissione-col-freno-tirato anche dai veltroniani del PD, almeno a quanto sostiene il Corriere della Sera stamattina, citando a riprova della concretezza dell’ipotesi anche alcuni nomi messi in discussione per battezzare la nuova formazione.

Suonerebbe un po’ implausibile che il fondatore di fatto del PD così come era nato se ne vada dal PD così come è diventato, e la stessa Maria Teresa Meli, autrice dell’articolo, sottolinea l’anomalia. Ma l’esperienza recente dei finiani ha improvvisamente smentito la tesi che poi nella politica italiana niente cambi e tutto si sistemi: le rotture avvengono ancora. E allora vediamo cosa si sa di questo scenario, accelerato dallo scontro del weekend sul documento dei cosiddetti “giovani turchi” della dirigenza del PD, ma prendendolo con le pinze, e anche col filtro della contesa Repubblica-Corriere (l’una aveva per due giorni riferito delle manovre di un fronte, ignote all’altro; l’altro risponde rilanciando dal fronte opposto).

I veltroniani si sentono sempre più lontani da questo Partito democratico in cui fanno fatica a riconoscersi. Se lo sono detti, una volta tanto senza infingimenti, né furbizie politiche, l’otto settembre, in una riunione dei parlamentari convocata dall’ex segretario nella sede della sua fondazione, Democratica. E per la prima volta in quella sede si è parlato dell’ipotesi di dare vita a dei gruppi parlamentari a ut o nomi. Un’operazione simile a quella fatta da Gianfranco Fini. E infatti Veltroni ha citato proprio l’esempio del presidente della Camera e di «Futuro e libertà».
Del resto, con il riavvicinamento del capogruppo a Montecitorio Dario Franceschini e di Piero Fassino alla maggioranza, la battaglia interna rischia di diventare un’aspirazione vana. Sono pochi quelli che hanno un seggio o un incarico da difendere che accettano di stare in minoranza e non si acconciano a dei compromessi con i bersaniani. Sia chiaro, ancora non c’è niente di definito. Si aspetta la Direzione convocata per la seconda metà di settembre e si cerca di capire se il Pd cambierà rotta o se, invece, proseguirà lungo il solco tracciato da Bersani e D’Alema. Ma che non si tratti solo di chiacchiere lo dimostra il fatto che sono stati già presi in esame i possibili nomi dei nuovi gruppi parlamentari. All’ex segretario non dispiace «Innovazione e Riformismo». Nel corso di quell’incontro, però, più d’uno ha sollevato qualche obiezione su questo nome. La parola «riformismo», è stato osservato, non ha molto appeal in Italia ed è un concetto non prontamente comprensibile in un Paese come il nostro. Meglio «Democratici per la libertà» che esprime un messaggio molto chiaro: siamo noi il vero Pd.

La scelta dei nomi è abbastanza deprimente, come ogni nuovo battesimo politico (capita una volta nella vita di poter scegliere “Partito Democratico”), ma se l’ipotesi della scissione appare molto remota per ragioni di realismo, inerzia e sopravvivenza, avrebbe invece ampi motivi nelle prospettive politiche: non tanto per le divergenze, che ci sono ma su cui in una condizione normale si potrebbe mediare in nome di un progetto ancora comune che avesse qualche ottimismo. Ma le prospettive di nuova spinta propulsiva per il PD appaiono piuttosto fosche, e le tanto annunciate comunità di intenti sono sfrangiate ogni giorno da posizioni e annunci diversi. Qui-non-se-ne-esce potrebbe essere la conclusione dei veltroniani. Ma, ripetiamo, stiamo parlando di scenari al momento irrealistici resi notizia solo da un articolo sul maggiore quotidiano italiano.

I numeri per fare un gruppo alla Camera e un’analoga pattuglia parlamentare al Senato ci sono. Quindi non è questo il problema. Lo è invece la durata della legislatura perché una precipitazione degli eventi renderebbe difficile l’intera operazione. Ma in quella riunione si è parlato anche d’altro. Delle primarie per la scelta del candidato premier del centrosinistra, per esempio. Il voto per Bersani è escluso, mentre è stato preso in considerazione un eventuale ticket Chiamparino-Vendola, come possibile tandem per affrontare il centrodestra nelle prossime elezioni.
Certo, è chiaro a tutti, e per primo allo stesso ex segretario, che la decisione di creare dei gruppi autonomi avrebbe dei contraccolpi inevitabili nel partito. Il nome di Veltroni è legato indissolubilmente al Pd. Lui ne è stato il primo segretario, lui ne parlava anni e anni fa, quando quel progetto veniva visto come un azzardo irrealizzabile dai suoi colleghi dei Ds. La mossa di Fini è niente in confronto, piuttosto sarebbe come se dal Pdl prendesse le distanze Silvio Berlusconi.

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