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  • lunedì 13 Settembre 2010

L’India fa i conti con le caste

L'India riconterà la sua popolazione in base all'appartenenza castale, non succedeva dal 1931

Il sistema delle caste è formalmente abolito ma continua a pesare moltissimo nella società

di Elena Favilli

Dallo scorso aprile in India è in corso un mastodontico censimento della popolazione. Due milioni e mezzo di persone lavoreranno per un anno alla classificazione dei dati raccolti giorno dopo giorno in ogni abitazione del paese.

L’India ha oltre un miliardo di persone (1,2 miliardi secondo le ultime stime), di cui il settanta per cento residente in aree rurali. Contarle tutte è di per sé affare abbastanza complicato. Negli ultimi giorni la questione è stata ulteriormente complicata dalla decisione del governo di includere nell’indagine anche la controversa struttura delle caste, un’operazione che sarà effettuata tra giugno e settembre 2011 e sarà separata dal resto del conteggio. Rispondere alle domande sulla casta di provenienza sarà opzionale, ma la scelta di ripristinare un parametro di classificazione abbandonato dai censimenti dopo l’epoca coloniale ha comunque sollevato molte polemiche.

Il governo ha motivato la sua decisione con un argomento apparentemente indistruttibile: data la forte correlazione esistente da sempre tra caste e status socio-economico degli individui, raccogliere questi dati permetterà di combattere con più efficacia le ineguaglianze della popolazione. L’obiettivo dichiarato è censire tutti i gruppi appartenenti a quelle che la Costituzione indiana chiama genericamente Socially and Educationally Backward Classes (classi arretrate socialmente e scolasticamente), che secondo uno degli ultimi rapporti pubblicati dal governo costituiscono il 52 per cento dell’intera popolazione. Nonostante le caste siano state formalmente abolite, il loro ruolo nella società continua infatti ad essere estremamente rilevante. Per capirlo però è necessario smontare alcuni degli equivoci più diffusi legati alla struttura della società indiana.

Innanzitutto non è vero che le caste sono solo quattro. O meglio, quattro sono le grandi caste – varna, in sanscrito – che derivano dal sistema di stratificazione gerarchica della società che si era sviluppato gradualmente con l’induismo nel corso del primo millennio a.C. Al primo posto ci sono i sacerdoti o bramini; poi i guerrieri o kshatriya; quindi i vaisya, artigiani e mercanti; e infine i sudra, contadini, artigiani più poveri, servitori. Più in basso di tutti nella scala sociale sono i “fuori casta”, genericamente indicati come pariaintoccabili, esclusi dal novero castale per la loro occupazione – sono quelli che svolgono tutti i lavori considerati massimamente impuri come la pulizia dei bagni o la sepoltura dei morti –  o per aver perso, violandone le norme, l’appartenenza alla casta e, con essa, i diritti sociali e i ruoli nella ritualità religiosa. Gandhi, che lottava per la loro emancipazione, li chiamò harijan, “figli di Dio”. Oggi i fuori casta preferiscono definirsi dalit, “gli oppressi”: un termine che vuole segnalare il passaggio da oggetti di un atteggiamento umano e caritatevole a soggetti attivi di una rivendicazione di diritti.

Nel corso del tempo però ognuna delle quattro caste si è venuta spezzettando in una moltitudine di raggruppamenti minori, che sono quelli che troviamo concretamente nell’India di oggi sotto il nome di jati (che vuol dire “nascita”). Questo spezzettamento è avvenuto sotto la spinta di ragioni geografiche, storiche, etniche, linguistiche. I nomi attuali delle jati sono in prevalenza di mestieri, ma anche di stirpi, di tribù, di sètte, di luoghi geografici. E variano da una regione all’altra dell’India. Ce ne sono migliaia.

Il che conduce al secondo mito da sfatare: le caste non sono dei blocchi monolitici, le cui condizioni si danno sempre uguali in qualsiasi zona del paese e in qualsiasi tempo. Persone appartenenti alla stessa casta possono avere standard di vita estremamente diversi a seconda dell’area in cui vivono. Alcuni degli studi più recenti sul vastissimo mondo delle caste indiane hanno infatti dimostrato che oggi in India le diseguaglianze sociali dipendono molto di più dal livello di sviluppo della regione di appartenenza che dalla propria casta, intendendo per livello di sviluppo l’insieme delle condizioni prodotte dalla combinazione di educazione, urbanizzazione e occupazione.

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