Dov’è finita l’immondizia dell’Atlantico?

La plastica che galleggia al largo degli Stati Uniti non aumenta più e ci si chiede perché

Si producono più rifiuti rispetto a un tempo, ma sembra non finiscano più nei vortici delle correnti atlantiche

Nella porzione di oceano Pacifico che si trova tra la California e le isole Hawaii nel 1997 fu scoperto per la prima volta il “Pacific Trash Vortex”, una sterminata macchia di rifiuti che galleggia sulle acque grande quanto il Texas. Nell’oceano Atlantico esiste qualcosa di analogo: un enorme ammasso di rifiuti che si ritrova a sud delle isole Bermuda creato dalle correnti marine, che trasportano per centinaia di chilometri i rifiuti prodotti nel Nord America. Queste isole artificiali di immondizia sono una condanna per molti animali come i delfini e le tartarughe, ma secondo l’Economist le cose starebbero migliorando, almeno nell’Atlantico.

La quantità di plastica prodotta nel mondo è aumentata di cinque volte tra il 1976 e il 2008, e l’ammontare di rifiuti buttati dagli americani è quadruplicato tra il 1980 e il 2008. È dunque ragionevole assumere che, quando la quantità di plastica buttata aumenta, anche l’inquinamento degli oceani diventa maggiore. Ragionevole, ma a quanto sembra sbagliato. Secondo uno studio durato 22 anni sull’Atlantico del nord e l’area dei Caraibi, e pubblicato di recente su Science, le cose non stanno più peggiorando. Kara Law della Sea Education Association di Woods Hole, Massachusetts (USA), e i suoi colleghi hanno scoperto che tra il 1986 e il 2008 non c’è stato un aumento nella concertazione di plastica nelle zone da loro analizzate.

La ricerca scientifica è stata svolta su larga scala impiegando nel corso del tempo oltre settemila persone tra scienziati e studenti. Utilizzando alcune reti speciali, ricercatori e volontari hanno raccolto circa 64mila pezzi di plastica dall’oceano, catalogandoli a seconda delle loro caratteristiche per avere una mappa precisa dei rifiuti in mare. Il risultato della catalogazione è visibile nella mappa qui sotto. Le zone con i colori freddi indicano le aree in cui la concentrazione di rifiuti è più bassa, mentre le aree tra il giallo e il rosso le porzioni di oceano in cui maggiore è la presenza di immondizia. Le aree in verde sono le terre del Nord America, di parte dell’America Centrale e delle zone settentrionali dell’America del Sud.

Come risulta evidente dalla mappa, i rifiuti tendono ad accumularsi in mare aperto a causa delle correnti marine, che creano spesso vortici, mentre sono meno presenti nei pressi delle coste, dalle quali originano. Il grafico (qui sotto) realizzato dall’Economist sulla base dei risultati pubblicati su Science dimostra, inoltre, come l’andamento dell’immondizia nelle aree dell’Atlantico monitorate varia sensibilmente di anno in anno, con aumenti e repentine riduzioni delle quantità di rifiuti. Le barre rappresentano questo andamento altalenante, mentre la linea segna il progressivo aumento dei rifiuti prodotti negli Stati Uniti.

L’accumulo di rifiuti nella chiazza di immondizia dell’Atlantico sembra essersi arrestato, ma i ricercatori non sono riusciti a spiegarne con certezza le cause. L’ipotesi è che i diversi piani per salvaguardare l’ambiente da metà anni Ottanta a oggi abbiano almeno in parte funzionato, riducendo la dispersione nelle acque di componenti inquinanti. Nel 1991, per esempio, le industrie che producono plastica negli Stati Uniti sottoscrissero un programma per ridurre la dispersione nell’ambiente dei grani di resina, quelli che vengono poi fusi per creare gli oggetti in plastica. Anche tenendo in considerazione i piani per inquinare meno, ricordano però i ricercatori, i conti non tornano del tutto per poter spiegare con certezza le cause della buona notizia.

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