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  • venerdì 27 Agosto 2010

Sapete cosa significa la nostalgia di New Orleans?

È il titolo di una canzone, cinque anni dopo Katrina: un po' di cose da leggere

di Luca Sofri

Tutti i giornali americani – e non solo americani – si stanno avvicinando all’anniversario di Katrina con grandi racconti, inchieste, consuntivi, memorie, per la quinta volta. Io andai a New Orleans cinque mesi dopo la catastrofe e mi innamorai sia della città che della catastrofe, nel senso della sua formidabile potenza letteraria e naturale, oltre che della storia geofisica di quello che era successo. Il primo giorno scrissi questo:

Sono a New Orleans. Fa caldo, si sta in maniche di camicia. La sera no. La città è desolata, malgrado molte cose downtown abbiamo ricominciato a funzionare. Tra un mese arriva il carnevale, comunque. Stamattina sono stato a vedere il 9th Ward, la zona più colpita da Katrina, vicino a dove si sono rotti gli argini dell’industrial canal. È uno degli spettacoli più impressionanti che abbia visto in vita mia: anzi, non ho avuto una vita di grandi impressioni, quindi forse è il più impressionante. Per centinaia e centinaia di metri è un repertorio di tutte le immagini d distruzione che abbiamo visto in tv e nelle foto in questi mesi: case sbriciolate, alberi abbattuti sui tetti, automobili capovolte e finite in soggiorno, case spostate in mezzo alla strada, pareti sventrate, case piegate in due, eccetera. Il mio amico che mi ha portato abitava lì e non c’era più stato da quando era fuggito due giorni prima dell’uragano: neanche lui se lo immaginava così come lo vedeva. Poi con calma scrivo una cosa lunga, così mi spiego meglio.

“Do you know what it means to miss New Orleans” è una vecchia canzone resa famosa nel 1947 da Louis Armstrong e Billie Holliday e poi cantata e suonata un po’ da tutti. Questa è una versione più recente di Dianne Reeves.

Se siete degli appassionati di geografia umana e fenomeni naturali – se avete letto con passione Il controllo della natura di John McPhee – vi consiglio molto questa ricostruzione grafica fatta a suo tempo dal Times-Picayune che spiega quale accerchiamento di acqua assedi New Orleans e come sia andata cinque anni fa. E vi consiglio molto il libro di Dave Eggers, Zeitoun, e il numero speciale della rivista Good. E poi vi racconto di nuovo quello che vidi e pensai durante quella visita.

New Orleans sta tra il Mississippi a sud e il lago Pontchartain a nord. La città è nata a ridosso di un’ansa del fiume e poi si è estesa lungo il suo corso, e anord, verso il lago. Dall’altra parte del fiume ne è cresciuto un altro pezzo, ma è separato, distante: il fiume è immenso e scavalcato da un solo grande ponte stradale. A est, poi scorre verticalmente l’Industrial canal. Insomma, la città e circondata dall’acqua su tre lati. Quando ci fu l’uragano la città vecchia, appena sopra il livello dell’acqua e protetta da solidi argini, se la cavò con un po’ di distruzioni causate dal vento: tetti scoperchaiti, finestre sfondate, lampioni e alberi scaraventati in giro. I sobborghi ricchi in riva al lago invece furono allagati dalle sue acque, e riaffiorarono malconci ma in buona parte in piedi. Ma la peggio fu per il Ninth Ward, il vasto quartiere di casette della popolazione nera più povera, a ridosso del canale e in parte sotto il livello dell’acqua. Gli argini si sbriciolarono e l’onda rase al suolo tutto.

Ho un appuntamento con uno dei ragazzi di Common Ground, un gruppo particolarmente attivo negli aiuti alle vittime dell’uragano. Il tassista che mi porta fa fatica a trovare l’indirizzo, da qualche parte sull’altra riva del Mississippi. È un nero sulla cinquantina, piuttosto loquace, e mi spiega imbarazzato che è appena tornato in città dopo essere scappato a Houston con la famiglia due giorni prima della catastrofe. Si chiama Al. Gli chiedo del Ninth Ward, la zona più colpita dall’inondazione, e mi risponde che è dove abitava. Ci fermiamo a chiedere aiuto a un gruppo di operai: quello che pare essere il loro capo tira fuori una mappa e alla fine individuiamo il posto. È una casetta squinternata, con la porta chiusa da una catena. Nessuno. Chiamo il tipo di Common Ground e mi spiega che ha dovuto andare ad aiutare in una distribuzione di vestiti dall’altra parte della città. Così risalgo sul taxi. E chiedo ad Al se mi porta a vedere dov’era casa sua.

A girare di sabato per il French Quarter l’unica cosa che tradisce che di qui sia passato un uragano sono le T-shirts. Ce ne sono decine di tipi, a celebrare la catastrofe. Quelle spiritose sono due. Una scherza sui saccheggi dei giorni successivi al passaggio di Katrina: “Sono sopravvissuro a Katrina e tutto quello che mi resta è questa schifosa maglietta e un televisore al plasma”. L’altra ritrae il sindaco Nagin sotto le sembianze di Willy Wonka: “Mayor Nagin and the chocolate city”. È successo che il sindaco, un giovane nero che era stato eletto per la sua faccia nuova nella politica locale e per i suoi successi come imprenditore che aveva fatto i soldi con le reti televisive (già, già), dopo aver deluso molti per la scarsa efficacia dell’aministrazione nei giorni del disastro, ha ritenuto di dire una serie di scemenze da primato nei mesi successivi. Culminate nella considerazione che Katrina fosse stata un castigo di Dio per l’invasione americana in Iraq, e nella risposta a chi protestava contro il progetto per la ricostruzione di New Orleans accusandolo di voler espellere la maggioranza nera dalla città. “Vi prometto che questa tornerà a essere una chocolate city”, ha ribattuto il sindaco. Proprio così ha detto: “chocolate city”. Gli abitanti di New Orleans, neri e bianchi, non si sono nemmeno indignati: gli stanno ridendo dietro da settimane. Magliette comprese.

L’evento centrale del calendario di New Orleans è il Mardi Gras, il martedì grasso di tradizione europea. Un carnevale, insomma. Roba degna di Rio: cominciano a prepararsi il giorno della befana, e poi quel giorno lì parate, maschere, addobbi, carri, e ragazze che mostrano le tette. La polizia vigila e chiude un occhio sul tasso alcoolico delle moltitudini.
Quest’anno, il carnevale è un simbolo (un po’ tutto è un simbolo, quest’anno). La dimostrazione che tutto tornerà come prima, che la città è viva. Compaiono già ovunque le collane colorate e luccicanti che il martedì grasso saranno lanciate dai carri al popolo festante a centinaia: alcune restano appese agli alberi per anni, se non se le porta via un uragano.

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