La solitudine dell’allenatore

Il colloquio tra Cesare Prandelli e Dario Cresto-Dina, vicedirettore di Repubblica

A Orzinuovi il nonno di Prandelli aveva una piccola azienda di acque minerali e bibite, ogni sera riuniva figli e nipoti attorno al tavolo della cucina, contava l’incasso della giornata, metteva i soldi in una scatola e, prima di nasconderla nel tiretto più basso della stufa, teneva da parte una manciata di monete che buttava sul pavimento ai bambini. Cesare era il solo a non raccoglierle. Non voleva chinarsi verso un’elemosina, voleva guadagnarsi il suo Natale. Agognarlo. Lo fa ancora adesso. È rimasto là, nella fila di quelli che desiderano. Dice: “Certo, mi dà fastidio non avere vinto nulla, se non due scudetti e un Viareggio con le giovanili, ma so che succederà presto. Io sono fortunato”. Ma subito insiste sulla relatività di fortuna e sfortuna, ricorda la parabola dei due contadini dai poderi confinanti, uno che smarrisce la vacca più bella della stalla e l’altro che gli fa pesare la disgrazia, ma il primo dopo qualche giorno ritrova la mucca nel bosco e con lei un cavallo, la sfortuna ha generato una fortuna, e i due vanno avanti all’infinito tra miserie e ricchezze, figli strappati dalle guerre e affetti riguadagnati, carezze e rovesci della sorte, perdendo la misura dei destini paralleli.

“Prendi la cosa peggiore che può succedere a un allenatore: il licenziamento. Spesso l’esonero è un bene, ti permette di guardarti dentro per capire se e dove hai sbagliato. Puoi imparare a sdrammatizzare. Quando Zamparini mi cacciò dal Venezia alla quarta giornata di campionato, mi spaccai la testa per settimane. Che faccio? Adesso che faccio? mi ripetevo ossessivamente. Fino a quando un giorno ho cominciato a giocare a golf”. La casa di Cesare Prandelli è in via della Torre del Gallo, sopra Firenze, un po’ di verde e di vento, tanto cielo. Sulla soglia si sta accomiatando qualcuno della Fiorentina. È passato a dargli le ultime notizie. Due giocatori si sono separati dalla moglie, uno di loro vuole fargli sapere di avergli lasciato una lettera al bar, l’uomo gli dice che gliela porterà. Al piano terra un tapis roulant, molti libri, nessuno di calcio, cataloghi d’arte, quadri moderni ai muri, una piccola scrivania con un computer portatile, un tavolo da lavoro degli anni Cinquanta con lo stantuffo della morsa di legno, fotografie della moglie Manuela che non c’è più, un gagliardetto della Nazionale. Prepara il caffè, dopo che lo abbiamo bevuto risciacqua le tazzine. “È la solitudine che mi fa essere ordinato”, dice.

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