“Con amore, per il comunismo”

di Nichi Vendola

Un discorso di Nichi Vendola al congresso della FGCI nel 1985. Maggiori informazioni qui.

Gli anni che stiamo attraversando, gli anni che ci stanno attraversando, appaiono più veloci poiché più rapidi sono i ritmi dello sviluppo, più carichi di fretta sono i ritmi di svolgimento dei nostri destini individuali, con vertiginosa rapidità si accavallano scenari vecchi e nuovi, si profilano orizzonti inediti, si aggrovigliano contraddizioni.

La velocità non è solo un parametro con il quale misuriamo i nostri tempi, ma è un valore in nome del quale pieghiamo il tempo in rigide compatibilità, lo frantumiamo in orari convulsi e nevrotici, lo scandiamo anzi ci scandisce, con un tic tac estraneo e quasi beffardo. È l’orologio di questa organizzazione dei rapporti sociali che decide del mio tempo, annullando con feroce disinvoltura i tempi del mio corpo, dei miei bisogni, per esempio del mio bisogno di prendere tempo o di perdere tempo.

È un tempo ferito, il mio tempo: non mi mancano solo gli spazi nella città nemica e spaccata in mille fette di solitudine, mi manca il mio tempo, e ho sempre una fottuta paura di non essere, di non giungere “in tempo”. Il tempo della politica e il tempo della vita: che allucinante assenza di sincroni il tempo affannoso, dolente, insonne, di quella mia compagna malata di cancro. Il tempo di chi ha poco tempo. Il tempo del desiderio, di un desiderio che non vuole lasciarsi infilzare dalle dispotiche lancette del tempo della produzione o del tempo della morale: la mia voglia di amare quel ragazzo che amo, gridando al mondo intero che non è più “tempo” di amare nella vergogna, nella colpa, nel silenzio, nella paura, nella clandestinità, nella violenza, o di amare soltanto nella tremenda fretta di un incontro senza storia. L’etica e l’estetica del cespuglio, della lampo (lampo che ti folgora di caducità): anche lì tra quelle umanissime e ombrose fratte metropolitane il tempo troppo spesso è altro da te, È un tempo brutale.

Ecco, io, sulla mia pelle, avverto l’urgenza, la voglia disperata di un tempo gentile. Ma non è questo, forse, il segno forte che ha connotato l’esistenza, la quotidianità, dei movimenti di massa in Italia e anche altrove?

Il movimento delle donne non ha forse spaccato gli orologi di un dominio secolare, non è il tempo maschile e maschilista ciò di cui in realtà si è discusso anche nel dibattito alla Camera sulla violenza sessuale? Il tempo gerarchico, alienante, parcellizzato, virile, perbene fino alla nausea, produttivistico, diplomatico: ecco il nemico della donna, del giovane, del pacifista, dell’ecologista, dell’omosessuale, del comunista. Riempire, colmare il tempo di chances di vita, convertire, pervertire il tempo ai ritmi dei nostri corpo, dei nostri bisogni, dei nostri desideri. Non è questo il bisogno di comunismo che ci spinge a militare, a lottare, a sognare?

Con questa chiave, compagni, ho letto le tesi del nostro congresso e ho ascoltato la lunga ma bella relazione del compagno Fumagalli: ci sono singoli punti sui quali è necessario discutere, dissentire, ma io mi sento di condividere appieno il taglio sia delle tesi che della relazione. Questo perché avverto dentro quello sforzo oggettivamente difficile di elaborazione, una grande intuizione, e cioé il rovesciamento di una lettura politicistica della realtà, la rottura di un’idea pedagogica del nostro ruolo, un’adesione più spregiudicata, più libera, più rischiosa ma anche più bella, al movimento delle cose.

A me pare di poter parlare di un capovolgimento del giacobinismo della politica, quel giacobinismo che ci prefigurava scenari obbligati e percorsi necessari ora in nome di una concretezza tutta liberale ora in nome di un progettualismo tutto rinvii e consolatorie proiezioni verso un domani che non diventa mai oggi.

La cultura del fare, dell’immediatezza, sono tutt’altro dal pragmatismo, dallo svilimento delle idealità, dal mero appiattimento al dato empirico: sono invece la palpabilità, la visibilità, la quotidianità di un progetto di trasformazione dell’esistente. Stare “dentro” l’universo frammentato dei giovani, stare dentro ciascun frammento, lì costruire sintesi sia pure parziali, lì costruire analisi e fare battaglie, lì, tra le pieghe e le piaghe del mondo vero, imparare a legare il piccolo al grande, il particolare al generale.

Ecco, la politica come sperimentazione generosa, e contro il cinismo di chi “commercializza” i brandelli della coscienza giovanile, senza più l’aristocratica presunzione di chi parla dei giovani, di questi giovani o muti o più sovente inascoltati, e ne parla con i codici degli “adulti”.

Una sperimentazione che valorizzi l’esperienza di ciascuno, che dia voce a chi non ce l’ha, che legga nel cuore dei silenzi, che raccolga e non più schiacci noi stessi, noi tutti, corpi, passioni, allegrie, disperazioni, irriducibili utopie.

Care compagne e cari compagni, io credo che questo Congresso possa lanciare una sfida grande alla società e allo stesso partito comunista, una sfida sulla politica, sulla cultura, sui valori. Ci sono questioni che vanno finalmente affrontate, con franchezza, scrollandosi di dosso un pesante fardello di pregiudizi e intolleranze. E l’indifferenza può essere più feroce dell’intolleranza.
Vengo da un’esperienza politica in cui ho potuto misurare l’emergere prepotente di una questione omosessuale in termini di formazione di circoli, come qui a Napoli, di socializzazione, di storie, di fatiche, di itinerari individuali e collettivi, ma anche in termini di violenze immani, di solitudini senza scampo, di morti ammazzati.

Per noi non si tratta solo di riconoscere la dignità dell’esperienza omosessuale, si tratta soprattutto di raccogliere la diversità e le diversità come una ricchezza grande e insostituibile del patrimonio morale e politico di chi vuole cambiare il mondo. Si tratta di fare un discorso spietato sulla cultura dominante, sul costume, sulla miserevole e violenta sessualità del maschilismo.

Si tratta di tirar fuori le nostre storie. L’omosessualità è ancora l’amore che non osa pronunciare il suo nome? In questo campo, più che altrove, le parole sono pietre, pesano sulle coscienze, talvolta sono macigni.

Ci sono molte persone, anche compagni, che soffrono di una sofferenza muta. È soprattutto con queste persone, con questi compagni, diciamo i “diversi” di ogni tipo, che ho voglia di costruire l’alternativa. Un’alternativa al ghetto del quartiere dormitorio, al ghetto della fretta spersonalizzante, della solitudine coatta, dell’impotenza, dei gesti della siringa e della fuga terrorizzata da se stessi.

Compagne e compagni, ora concludo.
In una stagione in cui pare di udire, con parole cifrate (e purtroppo il vezzo dei messaggi in codice ha preso piede anche nel PCI), un senso di estraneità, in alcuni comunisti adulti, alla parola comunista, noi della FIGC, io credo, dobbiamo ribadire con forza la nostra identità comunista. È vero, non siamo pentiti della nostra storia. Soprattutto non abbiamo smesso di aver voglia di trasformare le regole del gioco, perché questo è un gioco al massacro e noi vogliamo “giocare” e liberarci.

Ma siamo comunisti non tanto per quello che ci lega al passato, alla tradizione del movimento operaio, quanto per quello che ci lega al futuro.

La nostra identità dobbiamo “giocarcela” sul campo. Sul muro di un palazzone grigio di Bari, ho letto una frase scritta in vernice rossa in cattivo francese, ma il cui senso era inequivocabile. Dalla nervosa geografia urbana, tra graffiti e walkman e neon lividi e metallica solitudine, fin dentro il mio cervello, e spero, fin dentro il vostro cervello: quella frase era “Con amore, per il comunismo”.

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