“Volgari modalità”

Il Tribunale del Riesame ricapitola l'accusa contro la ghenga Carboni di aver cercato di manipolare la Corte Costituzionale

«Il gruppo ha operato in un complesso intreccio di interessi condivisi, minacce, benefici procurati o promessi, il quale generava un potere di fatto»

Il dibattito sulla reale forza, ramificazione ed efficacia della ghenga che secondo l’accusa faceva capo a Flavio Carboni e manovrava per influenzare nomine di giudici, sentenze, appalti, nelle istituzioni italiane ha perso negli ultimi giorni un po’ di forza: i magistrati continuano a indagare, il PdL continua a chiamarli “quattro pensionati sfigati” con le parole di Berlusconi, i finiani continuano a chiedere dimissioni nel partito, Repubblica continua a chiamarla P3.

Il dibattito nel dibattito è anche quello sulle capacità della ghenga di ottenere dei risultati: se in alcuni casi – come per la nomina di Alfonso Marra a presidente della Corte d’Appello di Milano – questa capacità appare dimostrata di fatto, se non ancora penalmente, in altri gli eventuali intenti hanno poi fallito. Come sul progetto di ottenere un giudizio della Corte Costituzionale favorevole al lodo Alfano. Lo svolgimento di questo progetto oggi è raccontato negli articoli di Repubblica e Corriere basati su quanto scrive il presidente del tribunale del Riesame, Guglielmo Muntoni, motivando la conferma della detenzione per Carboni e Lombardi:

«Il gruppo ha operato in un complesso intreccio di interessi condivisi, minacce, benefici procurati o promessi, il quale generava un potere di fatto, che consentiva ai membri di proporsi quali efficaci elementi di pressione e di intervento presso i più diversi organi dello Stato (…) L’organizzazione era ed è in grado di interferire, spesso determinandole, su scelte di organi costituzionali e della pubblica amministrazione».

E sul lodo Alfano, appunto:

«Lombardi era riuscito ad ottenere l’assicurazione sul voto, nel senso voluto dai sodali, di sette dei quindici giudici»

E malgrado il fallimento dell’operazione, Muntoni dice:

Non si comprende come Lombardi potesse pensare di acquisire meriti agli occhi del capo del suo partito, che è anche presidente del Consiglio, svolgendo un’azione manifestamente illecita come il richiedere a giudici della Corte Costituzionale di esprimere a lui anticipatamente la decisione che avrebbero adottato il 6 ottobre 2009. Resta il fatto che tale ingerenza ci fu e venne esercitata su almeno sei giudici costituzionali che anticiparono a un soggetto come Lombardi la loro decisione, che tale operazione fu seguita con la massima attenzione da Carboni e che l’intera operazione venne programmata nel corso della riunione del 23 settembre 2009 svoltasi presso l’abitazione romana di Verdini

Repubblica riassume la ricostruzione dell’accusa, a partire dalla suddetta riunione a casa Verdini.

C’erano il sottosegretario alla Giustizia Giacomo Caliendo, il senatore Marcello Dell’Utri, i magistrati Antonio Martone e Arcibaldo Miller. Fino al giorno in cui la Corte Costituzionale decise sul Lodo Alfano, 7 ottobre, fu un susseguirsi di telefonate, di pressioni. L’obiettivo era «avere i numeri».
Il 23 settembre Lombardi chiama il giudice Martone: «Io farei una ricognizione, i favorevoli e i contrari. Poi vediamo ….di raggiungere i contrari». Il 25 settembre Carboni al telefono con Martino: «Denis, Marcellus, io, tu e lui aspettiamo numeri». Il presidente Muntoni scrive che a Carboni era stata data un’indicazione scritta su un bigliettino, sul voto favorevole di otto giudici, dunque la maggioranza. Dopo la decisione della Consulta, l’imprenditore sardo è palesemente irritato al telefono. «Gli interlocutori – spiega il giudice – potevano mettere in dubbio la serietà e l’effettiva capacità di ingerenza del gruppo segreto».

Il famoso biglietto è prima negato da Carboni nell’interrogatorio: poi, di fronte alla contestazione che ne avrebbe parlato Lombardi, Carboni lo chiama “solo un pronostico”. Infine, al giudice del riesame appare implausibile la versione per cui nella famosa riunione si sarebbe parlato d’altro, racconta il Corriere.

Gli indagati e alcuni partecipanti hanno sostenuto che quell’incontro serviva in realtà a proporre la candidatura a governatore della Campania al magistrato Arcibaldo Miller, attuale capo degli ispettori del ministero della Giustizia, presente insieme al collega Antonio Martone. Ma i giudici scrivono: «Si tratta di affermazioni palesemente false in quanto l’unico candidato sostenuto dall’associazione criminale era l’onorevole Nicola Cosentino e proprio della sua candidatura si discusse in quella riunione.

Il giudizio del presidente Muntoni è così netto che non si sottrae a personali indignazioni sul quadro riassunto, in particolare rispetto all’accessibilità dei suoi colleghi coinvolti nell’inchiesta:

Lascia esterrefatti che un personaggio come Lombardi si sia potuto rivolgere con le sue volgari modalità al presidente emerito della Consulta Cesare Mirabelli e addirittura il primo presidente della Cassazione Vincenzo Carbone si premura di comunicare personalmente a Lombardi la data dell’udienza (relativa al ricordo di Cosentino; ndr) e riceve olio e promesse per il suo futuro. Con le stesse modalità Lombardi si rivolge a sottosegretari in carica nel presente governo come Giacomo Caliendo e Nicola Cosentino per ottenere aiuti nella realizzazione dei progetti del sodalizio.