Il Corriere non crede al PdL

Dopo quelle di Verdini, il giornale chiede le dimissioni di Caliendo: gli andrà meglio?

"Non è la sua posizione giudiziaria che incide sull’opportunità che rimanga al posto che occupa"

Esattamemente una settimana fa, domenica scorsa, il Corriere della Sera aveva affidato al suo esperto di vicende di giustizia e politica Giovanni Bianconi un anomalo editoriale che chiedeva “un passo indietro” al coordinatore nazionale del PdL Denis Verdini. Era anomalo non solo perché il Corriere si è trovato spesso in equilibri precari in questo anno di scandali intorno al PresdelCons e al suo governo, e con quella richiesta sembrava avesse gettato il cuore oltre l’ostacolo. Ma anche perché Bianconi chiedeva che Verdini si dimettesse non tanto da un incarico pubblico di cui un quotidiano può e deve essere giustamente “sentinella”, ma da un incarico di partito, per quanto partito di maggioranza di governo.

Come avete notato, al momento quella richiesta non ha avuto alcun tipo di soddisfazione né di risposta (si è dimesso Cosentino da sottosegretario, intanto). Ma oggi Bianconi e il Corriere tornano a farsi sotto, questa volta con un bersaglio più canonico e istituzionale: e chiedono le dimissioni del sottosegretario Caliendo, sempre in prima pagina, per quello che sta emergendo dei suoi rapporti con Pasquale Lombardi della presunta banda Carboni.

Può anche darsi che il sottosegretario Caliendo resti un semplice testimone. Ma non è la sua posizione giudiziaria che incide sull’opportunità che rimanga al posto che occupa. Da quanto emerge dalle carte dell’inchiesta— e fermo restano che l’esistenza della supposta associazione segreta dev’essere ancora provata, sebbene un giudice e un tribunale del riesame abbiano per ora confermato le tesi dell’accusa — testimone o indagato cambia poco.

Bianconi riporta le risposte nette e sicure di sé di Caliendo all’intervista di Goffredo Buccini poche pagine prima sul Corriere, ma mostra di non essere del tutto convinto della sua versione che Lombardi fosse un millantatore e che lui gli desse spago solo a parole. Tutto “normale”.

Anche gli inviti a pranzo molto perentori di Lombardi che quasi intima alla sua segretaria: «Sono fatti importanti, che lui non si può sottrarre! Perché non è un fatto… per il Parlamento che so cazzi di altri! Stavolta sono per cazzi suoi, hai capito?». Anche l’appoggio alla candidatura del giudice Alfonso Marra per la presidenza della corte d’appello.

No, Bianconi e il Corriere non gli credono. E suggeriscono, come già fecero con Verdini domenica scorsa, un altro passo indietro.

Caliendo ha quasi rivendicato le sue parole in favore di Marra, un’altra vicenda «normale». Ma lui non è più un magistrato capo-corrente, bensì un politico, e politico di governo. Le interferenze che s’intuiscono dalle telefonate di una sua antica conoscenza come Pasqualino Lombardi sarebbero tutte millanterie, ma i toni e le insistenze di molte conversazioni fanno pensare a qualcosa di diverso. A qualcosa che dovrebbe forse portare a riflettere il sottosegretario Caliendo sull’eventualità che — davanti a ciò che sta venendo fuori— non sia poi così normale mantenere il proprio incarico nell’esecutivo.

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