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  • martedì 13 Luglio 2010

“Non piangere, figliolo”

Sono stati i mondiali degli sconfitti, e Pindaro ci avrebbe sguazzato

I versi, definitivi, della poetessa laureata del Regno Unito

di Filippomaria Pontani

In molti Paesi, ben più delle Olimpiadi, sono i Mondiali di calcio a rappresentare l’evento sportivo tradizionalmente più importante, “condiviso” da tutti gli strati sociali e soprattutto in grado di stabilire un dialogo immediato e sicuro con i popoli vicini. Questo fenomeno, che spiega e alimenta a un tempo la fortuna del temerario progetto di Jules Rimet (un’idea vecchia in fondo di soli 80 anni, e spiritualmente non del tutto omologa alla riscoperta dei Giochi antichi da parte del barone de Coubertin), giustifica ovviamente l’attenzione spasmodica dei media, nonché i molti sovrasensi morali, storici e politici che di solito vengono abbinati all’evolversi dell’evento sportivo. Chiunque apra un’ode di Pindaro vi troverà un analogo anelito all’illustrazione degli esiti delle gare in senso etico, parenetico, quando non teologico; e con Pindaro siamo nel V secolo avanti Cristo.

Nel campionato testè concluso vi era almeno un fatto oggettivo che rendeva inevitabile una lettura “allegorica”: il setting africano, anzi sudafricano. Era almeno da Argentina ’78 (il Mundial di Videla) che la situazione politica del Paese ospitante non assumeva un ruolo così importante, interferendo con la dimensione sportiva al punto da farla passare talora in secondo piano (della finale si ricorderà molto più il giro d’onore di Mandela che non i calcioni degli olandesi o il gol di Iniesta; le pur pregevoli giocate di certi match giocati al Green Point Stadium parevano poca cosa dinanzi all’aura dell’antistante Robben Island). Tuttavia, come era forse inevitabile, in più d’un caso le straordinarie bellezze paesistiche del Sudafrica hanno ricevuto più attenzione delle laceranti contraddizioni in cui ancor oggi si dibatte quel Paese e il continente intero: non molti avranno ricordato che Germania-Spagna si è giocata a pochi metri dalla sede del più grande, e più fallimentare, vertice mondiale sull’AIDS, tenutosi a Durban esattamente dieci anni fa; né ho sentito evocare spesso la sanguinosa imboscata di cui solo sei mesi or sono rimase vittima la Nazionale del Togo (una delle più talentuose, si pensi ad Adebayor), in rotta verso l’Angola per la Coppa d’Africa.

Ma Pindaro va in cerca dei momenti-chiave, delle cerniere, delle curvature del destino: quella di quest’anno si è avuta al minuto 120 di Ghana-Uruguay, quando l’Africa (unita per una volta non sotto l’egida della retorica di Gheddafi, ma nella più cristallina solidarietà alla Senghor) ha goffamente spedito sulla traversa il rigore che valeva la semifinale. Chi ricorda cosa capitò da noi a Gigi Di Biagio e allo stesso Roberto Baggio all’indomani di analoghi calamitosi infortuni (e non parliamo dell’accoglienza riservata in Colombia nel ’94 al povero Andrés Escobar, il cui assassino è peraltro libero da 5 anni), non potrà non restare colpito dai messaggi di conforto che si sono succeduti in Ghana e fuori (anche da parte di Mandela in persona) per consolare lo sfortunato tiratore, Asamoah Gyan, che è peraltro l’attaccante più forte del suo Paese, nonché l’autore del portentoso 2-1 sugli Stati Uniti negli ottavi.
D’altra parte, l’Uruguay – mattatore anche dei padroni di casa con un 3-0 impietoso quanto risolutivo per stabilire la differenza reti del gruppo A – aveva probabilmente un conto da saldare con l’Africa sin da quel drammatico 3-3 col Senegal che gli costò l’eliminazione nel 2002; e poi, narrano le cronache d’Olimpo, Eupalla ha impetrato da Zeus che non uscisse il giocatore di gran lunga più bravo di questo torneo, biondo, indomito e generoso come Achille: l’atletico Diego Forlan.
A quel Ghana – una squadra giovane e di ottimo livello, che non avrebbe sfigurato fra le prime quattro – mancava drammaticamente l’infortunato Essien, l’unico a giocare in un club di primo piano (le Nazionali che attingono non all’Inter o al Manchester, ma al Palermo o allo Stade Rennais suscitano un’istintiva simpatia); così come a questo Mondiale mancava drammaticamente l’Egitto, che in novembre uno spareggio carico di violenza (e di pesanti retroscena politici) aveva eliminato a vantaggio dei modestissimi algerini. Ma se il livello medio rimarrà quello che si è visto, vi è ragione di credere che tra quattro anni un Egitto redivivo, un Ghana più maturo, una Costa d’Avorio più fortunata o un outsider come il Senegal possano arrivare a insidiare il podio.

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