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  • lunedì 5 Luglio 2010

Un contentino

Si annunciano le dimissioni di Brancher, sul resto dei guai del governo si vedrà

“Brancher verso le dimissioni”, titolava ieri alle 22 un lancio dell’AGI. Stamattina la notizia è su tutti i giornali: e non nei canonici retroscena, pieni di virgolettati presi chissà dove, bensì negli articoli di cronaca politica. “Brancher, dimissioni a un passo”, titola La Stampa. “Brancher verso le dimissioni” anche secondo Repubblica e Corriere della Sera. Tutti aggiungono un ulteriore dettaglio: le dimissioni arriverebbero oggi pomeriggio, subito dopo l’udienza di Brancher nell’ambito del processo Antonveneta.

La giornata di ieri, quella che avrebbe quindi determinato l’eventuale epilogo, è riassunta e spiegata dai quotidiani. Dopo giorni di tensioni e polemiche con i finiani – su Brancher ma anche sugli altri capitoli aperti nella maggioranza – Silvio Berlusconi avrebbe preso parte a un nuovo vertice per discutere del da farsi – uno si era già tenuto venerdì, e già faceva parlare di dimissioni – e durante questo incontro avrebbe convinto il neoministro a fare un passo indietro. Il Corriere della Sera sintetizza così:

Troppo alto il rischio di nuovi conflitti istituzionali, troppe crepe nella coesione della maggioranza. Un vertice serale ad Arcore sblocca l’impasse che durava da giorni e dovrebbe condurre al risultato che ormai quasi tutti si aspettavano, ovvero le dimissioni di Aldo Brancher da ministro del Decentramento e della Sussidiarietà.

Ieri giornali e siti internet avevano dedicato grande attenzione alle parole del ministro Rotondi – succede anche questo – che aveva di fatto avvertito chi nella maggioranza aveva intenzione di votare la sfiducia a Brancher: “Se questo succedesse davvero”, aveva detto, “vorrebbe dire che un pezzo di maggioranza se n’è andata all’opposizione”. Il tono minaccioso lasciava intendere una volontà da parte di Berlusconi di arrivare fino in fondo, ma oggi il Corriere aggiunge un’altra frase di Rotondi, che ieri ha avuto meno eco sebbene sia altrettanto significativa: “Spero che non si arrivi a un voto su Brancher”. Lo stesso auspicio del finiano Bocchino, secondo cui “ne uscirebbe un dibattito che ci indebolirebbe”.

Ora, considerato che la mozione di sfiducia nei confronti di Brancher è stata presentata da PD e IdV, delle due l’una: o Rotondi si augura che PD e IdV ritirino la loro mozione, o si augura che Brancher dia le dimissioni. La prima strada sembra del tutto improbabile, considerato che ieri persino Enrico Letta (!) ha chiesto le dimissioni in blocco dell’intero governo a nome del PD. Non resta che la seconda, e quindi scopriamo che in fondo Rotondi e Bocchino auspicano la stessa cosa: che Brancher se ne vada.

Se da una parte i giornali sono concordi nel raccontare del passo indietro chiesto a Brancher da Berlusconi, dall’altra alcuni enfatizzano il nervosismo del premier. Il retroscena di Repubblica parla di un Berlusconi “pronto allo scontro finale”, combattuto tra la ricerca dello scontro con i finiani – così da mettere le carte sul tavolo e ricominciare da capo – e la ricerca di un compromesso per salvare l’alleanza politica e i progetti legislativi che più gli stanno a cuore. Le dimissioni di Brancher potrebbero essere merce di scambio, quindi, oppure semplicemente un modo per sgombrare il tavolo da una grana la cui risoluzione è relativamente facile, così da dedicarsi a quelle la cui risoluzione è ben più complessa: la legge sulle intercettazioni, le critiche alla manovra finanziaria, il lodo Alfano costituzionale.

Nella speranza di saldare una coalizione che sta perdendo pezzi, il sottosegretario Letta sta cercando di una mediazione con il Quirinale sulle intercettazioni e ha suggerito di aggirare il caso Brancher “retrocedendolo” a sottosegretario. A Via del Plebiscito progettavano di utilizzare proprio il voto di giovedì come grimaldello per “licenziare” i finiani. Ma l’inquilino di Montecitorio ha già fatto sapere che loro voteranno contro la sfiducia. Quindi, “l’amico Aldo” «deve fare un passo indietro». Il “cerino”, dunque, è di nuovo nelle mani del premier.