• Italia
  • lunedì 28 giugno 2010

Filippo Penati e la guerra di Serravalle

Perché la Corte dei Conti ha censurato il comportamento di Penati da presidente della provincia di Milano

di Francesco Costa

Qualche giorno fa la Corte dei Conti ha censurato il comportamento della giunta provinciale di Milano durante la presidenza di Filippo Penati, in relazione alla cosiddetta “operazione Serravalle”: la provincia di Milano aveva acquistato nel 2005 il 15 per cento della società che possiede l’autostrada A7 Milano-Serravalle dall’imprenditore Marcellino Gavio, per 238 milioni di euro. La Corte dei Conti è stata chiamata a esprimersi da un ricorso presentato da Gabriele Albertini quando era sindaco di Milano e gli ha dato ragione praticamente su tutta la linea, definendo l’operazione “onerosa e priva di qualsiasi utilità”. Onerosa perché le azioni sarebbero state pagate una cifra superiore al prezzo di mercato, provocando un danno erariale di oltre 76 milioni di euro. Inutile perché le quote societarie già nelle mani di provincia e comune rappresentavano comunque la maggioranza, e quindi “gli enti locali detenevano il controllo della società pubblica”.

La storia è lunga e molto intricata, e comincia alla fine degli anni Novanta. Sono gli anni delle privatizzazioni: sia lo Stato che gli enti locali stanno cedendo ai privati la gestione di servizi anche molto importanti per la collettività, nel tentativo di fare cassa e nella speranza che l’apertura ai privati e al mercato possa migliorare la qualità di quei servizi senza incidere sui loro prezzi. Sono gli anni dell’opa di Colaninno su Telecom e di quella di Benetton su Autostrade.
Iniziative simili procedono nelle province e i comuni, e nel Nord Italia uno dei personaggi al centro delle privatizzazioni è l’imprenditore Marcello Gavio, vicino alla DC, uscito più o meno indenne da Tangentopoli grazie alla prescrizione, protagonista di diverse vicende quantomeno torbide nel suo rapporto con i partiti politici e gli appalti.

L’autostrada Milano-Serravalle è uno dei pezzi pubblici pregiati su cui i privati mettono gli occhi, e Gavio comincia a rastrellare azioni. Nel 1999, quando Ombretta Colli si insedia alla presidenza della provincia di Milano, la società che possiede l’autostrada è così composta: la provincia ha il 30,5 per cento, il comune di Milano ha il 18,6 per cento, la provincia di Genova ha il 10,7 per cento; seguono tutta una serie di azionisti minori, comuni, camere di commercio. Tra questi il gruppo Gavio, che possiede il 6 per cento delle azioni e sta proseguendo a rastrellarne altre. L’arrivo di Ombretta Colli apre una nuova fase: la nuova presidente annuncia di voler cambiare i vertici, apre alla possibilità di entrare in borsa e fa capire di essere molto interessata agli sviluppi della società. La Serravalle da lì a pochi anni avrebbe assegnato appalti per 250 milioni di euro.

Passano alcuni anni relativamente tranquilli e arriviamo al 2003. Siamo a gennaio. Il comune di Milano è senza soldi, nel vero senso della parola, è la giunta impone al sindaco Albertini di vendere i suoi “gioielli”. Uno di questi è quel 18 per cento di azioni della Serravalle, e Gavio – che nel frattempo è riuscito ad arrivare oltre il 20 per cento delle azioni – è molto interessato: forse presenta un’offerta, comunque non se ne fa nulla. Pochi giorni e cambia tutto: la provincia di Milano – cioè Ombretta Colli – e il gruppo Gavio convocano frettolosamente due assemblee, una ordinaria e una straordinaria, allo scopo di far spazio ai privati nella società. I giornali parlano di “blitz della Colli” e “attacco alla Serravalle” e si tratta effettivamente di un’operazione spregiudicata: un soggetto pubblico e uno privato che si alleano contro il comune. Commenta così un corsivo di Repubblica, il 9 gennaio 2003:

Si tratta di un ribaltone dalle conseguenze pesanti sia per l’importanza della Serravalle e della posta in gioco – progetti e commesse per miliardi di euro – sia per i riflessi politico amministrativi che innesca. Il primo dato è che una delle principali società di engineering e di gestione del business autostradale del paese smette di essere sotto controllo pubblico in modo del tutto improprio. La perdita del controllo, infatti, non avviene per effetto di una vendita da parte degli azionisti pubblici, ma in forza di un inedito accordo pubblico-privato ai «danni» di un altro azionista pubblico, il Comune di Milano. L’alleanza Colli-Gavio, infatti, guasta completamente i piani di Palazzo Marino, che dall’estate scorsa va annunciando l’intenzione di mettere sul mercato la sua partecipazione del 18 per cento, puntando ad incassare un centinaio di milioni di euro. Ora quella quota, ormai inutile per determinare il controllo di maggioranza della società, vale enormemente meno e il Comune, con grande imbarazzo, è costretto a un precipitoso dietrofront. […] Intanto Gavio, per conto suo, annuncia invece di essere pronto a rilevare il 18 per cento di proprietà del Comune, diventando il primo azionista della Serravalle. Naturalmente alle proprie condizioni di prezzo. La vicenda è un caso da manuale di dissipazione dell’interesse pubblico e di gestione malaccorta del patrimonio.

Albertini s’incavola, comprensibilmente, mentre il patto Colli-Gavio si muove: lo statuto della società che gestisce Serravalle viene modificato così da permettere ai privati di ottenere la maggioranza assoluta delle azioni. Gavio continua a rastrellare azioni: a febbraio arriva al 27 per cento e sembra intenzionato a comprarne il più possibile. Dovesse arrivare al 33 per cento, raggiungerebbe la cosiddetta “quota di blocco”: a quel punto ogni cambiamento dello statuto o decisione importante dovrebbe avere il suo consenso.

Un anno dopo Filippo Penati viene eletto alla provincia di Milano e una delle prime cose che fa è comprare dall’autorità portuale di Genova l’uno per cento delle azioni della società, per dieci milioni di euro. Penati in campagna elettorale ha detto di voler fermare l’ascesa di Gavio per garantire il controllo pubblico sulla Serravalle. Controllo pubblico che non è così lontano, visto che provincia e comune possiedono già oltre metà delle azioni: così a dicembre del 2004 Albertini e Penati siglano un “patto di sindacato” per fermare la scalata di Gavio.

L’accordo però dura poco. Albertini lamenta l’estromissione del Comune da tutte le decisioni importanti e accusa Penati di non rispettare i patti: gli pone un ultimatum, dicendogli che in mancanza di aperture concrete metterà all’asta le sue azioni, col rischio quindi di riconsegnare Serravalle ai privati. Intanto Gavio non ha mollato: continua a rastrellare azioni e punta a raggiungere il 30 per cento prima che la società venga quotata in borsa.

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