• Italia
  • domenica 27 giugno 2010

Cosa rischia Dell’Utri, domani

Si attende per domani la sentenza di secondo grado nel processo su Marcello Dell'Utri

Dell'Utri è accusato di concorso esterno in associazione mafiosa ed è stato già condannato in primo grado

È attesa per domani la sentenza del processo d’appello che vede coinvolto Marcello Dell’Utri, senatore del PdL e storico amico e collaboratore di Silvio Berlusconi. I giudici sono in camera di consiglio da quattro giorni, e il loro verdetto rappresenterà una nuova tappa – forse quella definitiva – di una vicenda processuale iniziata sedici anni fa, nel 1994.

Nel 1996, due anni dopo l’inizio delle indagini, Dell’Utri viene rinviato a giudizio, imputato di concorso esterno in associazione mafiosa. I pm accusano Dell’Utri di essere stato il ponte di collegamento tra Cosa nostra e l’entourage di Berlusconi nei primi anni dopo la discesa di quest’ultimo in politica: Dell’Utri avrebbe fatto sì che la mafia favorisse e agevolasse la raccolta del consenso per Forza Italia in Sicilia, in cambio di protezione e garanzie da parte del governo Berlusconi. La sentenza di primo grado arriva nel 2004, quando Dell’Utri viene condannato a nove anni di reclusione, due anni di libertà vigilata e l’interdizione perpetua dai pubblici uffici. Nelle motivazioni della sentenza si legge che

“Vi è la prova che Dell’Utri aveva promesso alla mafia precisi vantaggi in campo politico e, di contro, vi è la prova che la mafia, in esecuzione di quella promessa, si era viepiù orientata a votare per Forza Italia nella prima competizione elettorale utile e, ancora dopo, si era impegnata a sostenere elettoralmente l’imputato in occasione della sua candidatura al Parlamento Europeo nelle file dello stesso partito, mentre aveva grossi problemi da risolvere con la giustizia perché era in corso il dibattimento di questo processo penale”

Dell’Utri ricorre in appello – nel frattempo continua a essere regolarmente candidato ed eletto in parlamento – e la sentenza che si attende per domani è proprio quella del processo di secondo grado. Il procuratore generale di Palermo ha chiesto la condanna a undici anni di carcere. Il processo di appello ha quasi una storia a sé rispetto a quello di primo grado, visto com’è stato caratterizzato – specie negli ultimi mesi – dalle testimonianze di Massimo Ciancimino e Gaspare Spatuzza: i due hanno confermato i rapporti tra Cosa nostra e Forza Italia, hanno ipotizzato un ruolo attivo di Berlusconi e Dell’Utri nelle stragi degli anni Novanta e hanno raccontato poi di una presunta trattativa tra Stato e mafia per fermare gli attentati che stavano destabilizzando il paese.

Si è discusso molto dell’attendibilità delle loro testimonianze. I dubbi su Ciancimino sono arrivati anche dalla stessa Corte d’appello di Palermo, che ha detto di considerarlo “inattendibile” per via delle numerose contraddizioni dei suoi racconti. Diverso il caso di Gaspare Spatuzza. Considerato “attendibile” dalla procura di Firenze – che indaga anche lei sui mandanti delle stragi degli anni Novanta – le procure di Firenze, Caltanisetta e Palermo avevano avanzato nei suoi confronti la proposta di protezione. Il ministero degli interni ha però rigettato la proposta, stabilendo che Spatuzza non può essere ammesso al programma di protezione essendo decorso il limite di 180 giorni entro cui un pentito è tenuto a riferire di fatti gravi di cui è a conoscenza.

Quel che è certo è che neanche questa sentenza – che arriva sedici anni dopo l’apertura delle indagini – chiuderà definitivamente la questione: intanto perché difficilmente una delle due parti rinuncerà a trascinare l’altra in Cassazione, ma soprattutto perché le vicende di cui si è occupato il processo di Palermo sono al centro di analoghi processi a Firenze e Caltanissetta. E sappiamo che in Italia essere interdetti dai pubblici uffici non comporta affatto la necessità di dare le dimissioni dal proprio incarico di parlamentare. Quello che sappiamo è che la sentenza potrà cambiare gli attuali equilibri politici in Sicilia, dove oggi governa una giunta tecnica presieduta da Lombardo e sostenuta da un pezzo del PdL – i finiani, il PdL Sicilia di Micciché – e il PD, con un altro pezzo del PdL e l’UdC all’opposizione. Dell’Utri è infatti molto legato a Micciché e una sua nuova condanna potrebbe fare traballare questa complicata maggioranza trasversale.

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