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  • giovedì 24 Giugno 2010

Gli italiani di Hereford, Texas

Vi furono rinchiusi 5000 soldati italiani alla fine della seconda guerra mondiale

La testimonianza di Adriano Angerilli in un libro che racconta chi erano i "non cooperatori" e che cosa subirono prima di essere rimandati in Italia

Oggi a Hereford, Texas, ci sono solo quindicimila persone e uno dei più grossi allevamenti di mucche degli Stati Uniti. Ma alla fine della seconda guerra mondiale, tra il 1943 e il 1946, questa minuscola cittadina del profondo sud americano fu teatro di una delle molte storie dimenticate della seconda guerra mondiale.

Siamo nei giorni successivi all’8 settembre, alla resa e alla fuga del re e del governo Badoglio sotto la protezione alleata. Nell’ottobre del 1943 e nei mesi successivi, in tutti i campi di detenzione in Africa, India e Inghilterra e negli Stati Uniti i prigionieri italiani furono invitati  a sottoscrivere una scheda di collaborazione a favore degli alleati: si chiedeva di promettere di lavorare “contro il nemico comune, la Germania”, di non abusare della fede e della fiducia accordata e di ubbidire a tutti gli ordini impartiti.

La maggior parte dei soldati firmarono. Altri si rifiutarono e per questo furono definiti “non-cooperatori” e rinchiusi in un campo di prigionia a Hereford. La storia di quei 5000 soldati che vi rimasero per tre anni fu raccontata dallo scrittore Giuseppe Berto nel suo primo libro, “Il cielo è rosso”. Nel 2002 Giorgio Serafini la raccontò nel film “Texas ’46” con Luca Zingaretti. Ora arriva una nuova testimonianza diretta con il libro di Adriano Angerilli (“Hereford, Texas: onore e filo spinato“), che oggi ha novantadue anni e che all’epoca era capo della milizia forestale fascista e fu catturato in Tunisia dopo aver combattuto sul fronte francese e su quello greco-albanese.

Angerilli si è laureato in Lettere ad Arezzo dodici anni fa, a ottant’anni, e la sua tesi ora pubblicata da Ritter Edizioni (e recensita ieri dal Secolo) racconta chi erano i non-cooperatori e che cosa subirono durante gli anni passati a Hereford. “Military Reservation and Reception Center” era il nome ufficiale di quel posto poco ospitale, eretto nel 1942 a mille metri d’altezza, spesso devastato dai tornado e dalle tempeste di polvere. Ma per chi vi fu rinchiuso Hereford diventò, soprattutto dopo il maggio ’45, semplicemente un luogo di patimenti. Gli ufficiali italiani che si erano rifiutati di firmare e quindi aderire a un corpo speciale chiamato “Italian Service Unit” finirono rinchiusi nel cosiddetto “Fascist’s Criminal Camp” e lì costretti a subire continue vessazioni con frequenti punizioni e pestaggi. 

La guerra era finita, ma a Hereford tutto restava uguale, cristallizzato. I prigionieri non capivano che cosa stava succedendo in Italia. Nel dubbio si irrigidirono, evitando ogni collaborazione con gli americani. Che a loro volta, sospettosi e orripilati dalla scoperta dei lager nazisti, fecero di tutto per ritardare il ritorno a casa degli italiani: gli ultimi quattromila furono rimpatriati solo nel gennaio del ’46.