Diamoci un taglio

Per contrastare i debiti delle società di calcio, la UEFA ha stabilito che entro il 2019 i bilanci dovranno essere tutti in pari

L'Italia sarà tra le nazioni più in difficoltà, ma per il direttore generale dell'Inter è comunque una "normativa necessaria"

La UEFA ha deciso di affrontare di petto il problema dell’indebitamento delle squadre di calcio europee e dare una svolta alla situazione, regolamentando più severamente i bilanci delle squadre, finora troppo soggette alla volatilità degli investimenti di grossi uomini d’affari che, una volta stanchi dell’investimento o ancor peggio caduti in fallimento, abbandonano le società sportive sul lastrico (vedi il caso Portsmouth, per esempio, o lo stesso Liverpool). Il Sole 24ore passa in rassegna le tempistiche e le novità che verranno introdotte dalla federazione presieduta da Michel Platini.

Il 27 maggio scorso il Comitato esecutivo Uefa ha dato l’ok, d’intesa con l’Associazione club europei (Eca), alle linee guida del progetto: i club non devono spendere più di quanto ricavato; nessun debito arretrato durante la stagione, verso i club, i dipendenti e/o autorità sociali e fiscali; maggiore trasparenza finanziaria da parte delle società. Ora le linee guida vanno specificate e concretizzate: il passaggio era atteso in settimana ma non se ne fatto ancora nulla.

Le limitazioni non dovrebbero essere applicate prima del 2012, ma l’UEFA potrà supervisionare i bilanci delle società in modo da potere avvertire per tempo quelle a rischio. È invece il 2019 l’anno limite per poter mettersi in regola e raggiungere la parità tra spese e ricavato, un obiettivo a cui si arriverà tramite step progressivi: tra il 2012 e il 2015 le spese potranno eccedere i ricavi di 45 milioni di euro totali, tra il 2015 e il 2019 il tetto sarà invece di 30 milioni. In aggiunta, ci sarà un cuscinetto di 3 milioni euro annui disposto caso per caso, nato per salvaguardare, ad esempio, squadre retrocesse che devono fronteggiare una perdita ulteriore.

Sotto la voce “costi” non dovrebbero però venir contate le spese per gli Under 18 e per la costruzione di impianti sportivi. Nel primo caso per spingere gli investimenti nel settore giovanile, nel secondo per la consapevolezza che quel genere di investimento può portare ricavi sulla lungha distanza.

Come fa però notare Vittorio Carlini sul Sole 24 Ore, la norma rischia però di non essere equa, in quanto la percezione di ciò che è spesa e ricavato cambia da nazione a nazione. Ernesto Paolillo, il direttore generale dell’Inter, fa infatti notare che:

“La legge spagnola, per esempio, considera i versamenti dei soci delle società cooperative non alla stregua dell’aumento di capitale, bensì come ricavi. Quindi per i club iberici, quali per esempio Barcellona o Real Madrid, il vantaggio non è da poco: potranno far passare per fatturato ciò che le altre società devono inserire nei costi.”

Un altro problema non da poco per le squadre italiane riguarda gli introiti derivati dal merchandising, molto più bassi in Italia a causa della contraffazione di magliette, cappellini e quant’altro. Per ovviare il problema, secondo Paolillo è necessario l’intervento dello Stato.

Come indica una ricerca di StageUp – Sport & Leisure Business, la percentuale media del fatturato per i club italiani, al netto di diritti tv e biglietti, si attesta a quota 21,6 per cento. Una cifra ben più bassa di quella della Bundesliga (45,4%); ma anche inferiore a ciò che accade nella Premier league inglese (27,6%) e nella Liga ( 22,4%) spagnola. “Sono indicazioni che non mi stupiscono,” afferma Paolillo. In Italia la contraffazione dei gadget delle società è un grosso problema. Fuori dagli stadi ci sono troppe bancarelle che vendono magliette e sciarpe non ufficiali. Su questo punto voglio però essere chiaro”. Vale a dire? “I club non possono farsi carico del probelma: è necessaria una nuova legge che contrasti il fenomeno; è lo Stato che deve intervenire”.

E le difficoltà non nascono solo tra nazioni, ma anche tra club e club: la Juventus è l’unica a possedere il proprio stadio, e questo le renderà inevitabilmente un po’ più semplice sistemare il proprio bilancio.

“Ma è colpa nostra,” sottolinea il manager dell’Inter. “Paghiamo l’incapacità nell’affrontare la questione e la mancata programmazione». Eppure si parla di un disegno di legge per gli stadi da parecchio tempo… “Sì ma non siamo in grado di fare sistema. L’industria del pallone è troppo divisa: basta vedere come cosa succede in Lega dove, per arrivare a prendere qualsiasi decisione, sono necessari tempi lunghissimi e mediazioni infinite. Il problema dei nuovi impianti è solo un’espressione particolare di questa situazione generale”.

Nonostante tutte le difficoltà che si profilano per l’Italia, Paolillo è comunque soddisfatto della normativa, che definisce “necessaria e non più derogabile”.

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