Scetticismi sulla nuova ricchezza mineraria dell’Afghanistan

Tempi e modalità dell'annuncio sulle risorse minerarie nel paese insospettiscono numerosi osservatori, mossa di propaganda?

I dubbi si concentrano sull'effettivo valore dei giacimenti e sulle possibilità di sfruttarli adeguatamente

In un lungo articolo pubblicato oggi dal New York Times, e ripreso anche dal Post, James Risen rivelava che gli Stati Uniti hanno scoperto giacimenti minerari in Afghanistan dai quali si potrebbero ricavare almeno un migliaio di miliardi di dollari. La notizia è stata accolta positivamente perché potrebbe portare a una svolta la fragile economia afgana, ma tra gli osservatori non mancano gli scettici, come racconta l’Atlantic Wire.

Secondo Blake Hounshell di Foreign Policy, quello del New York Times non è uno scoop vero e proprio. Le notizie sui giacimenti erano note da almeno tre anni ed erano liberamente consultabili grazie al lavoro dei geologi dello US Geolocial Survey. Altre informazioni erano inoltre disponibili da tempo sul sito web del ministero afgano che si occupa delle miniere e anche sul sito della British Geological Survey. Hounshell ritiene sospetta la tempistica con la quale è stato effettuato l’annuncio, nell’ultimo periodo le buone notizie sull’Afghanistan latitavano parecchio, e dubita che le autorità afgane avranno le risorse e le capacità per sfruttare a dovere i giacimenti. I sospetti ricadono anche sulla cifra prospettata dagli statunitensi: mille miliardi di dollari sembra essere un numero un po’ campato in aria.

I dubbi sulla tempistica sono condivisi anche da Michael Cohen di Democracy Arsenal:

Anche se fosse vero, e allora? Quanti anni ci dovrebbero andare per mettere in campo un’infrastruttura in grado di sfruttare queste risorse naturali? E se pensate al fatto che l’Afghanistan ora è corrotto (solo la Somalia è peggio!) potete immaginare cosa diventerà dopo questo? Il Congo ha enormi quantità di risorse naturali; così anche l’Angola. Come sta andando per loro? Non c’è nulla in questa storia tale da poter modificare in qualche modo la fondamentale incoerenza della missione in Afghanistan.

Lo scetticismo è condiviso da numerosi altri osservatori. Per tutti il dubbio di fondo rimane sempre il medesimo: la possibilità di ricavare grandi quantità di denaro dai minerali non porterà a un aumento considerevole della corruzione e dei conflitti regionali? Rimane, inoltre, da capire quale sia l’effettiva quantità di minerali facilmente estraibili e tali da giustificare gli investimenti iniziali per attivare le miniere. Secondo alcuni, il Pentagono avrebbe esagerato con le stime per dare l’impressione di essere indirizzato verso una nuova importante svolta nel paese, ancora afflitto da violenze ed esposto al rischio del ritorno dei talebani in alcune aree.

L’importanza dello scoop di Risen viene ridimensionata anche da Marc Ambinder dell’Atlantic. L’amministrazione Bush aveva già mosso alcuni passi nel corso del 2007, ma senza riscuotere un grande successo. Nel 2009, il governo afgano aveva invece avviato una prima serie di iniziative per stimolare gli investimenti in campo minerario nel paese.

Il modo in cui la storia è stata presentata – con dichiarazioni ufficiali del comandante in capo dello US Central Command, non di meno – e la strana promozione del vice assistente segretario alla difesa a sottosegretario alla difesa suggerisce l’esistenza di un’opera di informazione tesa a influenzare l’opinione pubblica sull’andamento della guerra. Infatti, come sa bene ogni lettore del famoso lavoro di Jared Diamond sul determinismo geografico, un paese ricco di risorse minerarie tenderà alla stabilità nel corso del tempo, a patto di avere un governo centrale forte e dalle basi solide. […]

L’amministrazione Obama e i militari sanno che una prima pagina del New York Times otterrà da subito un grande interesse internazionale. La storia è accurata, ma le notizie non sono poi così nuove; proviamo a concentrarci sul contesto.