L’Afghanistan è una miniera

Il paese è ricco di giacimenti minerari per un valore stimato oltre i mille miliardi di dollari

I minerali potrebbero risollevare l'economia dell'Afghanistan, ma si temono corruzione e lotte tra leader locali per il controllo delle miniere

Nel sottosuolo dell’Afghanistan ci sono minerali per un valore che supera i mille miliardi di dollari. Le autorità statunitensi hanno da poco confermato il dato dopo aver condotto numerose ricerche sul campo per analizzare i giacimenti minerari del paese, rivela il New York Times. Grandi quantità di ferro, rame, cobalto, oro e litio potrebbero risollevare l’economia dell’Afghanistan, rendendolo uno dei più importanti centri minerari su scala globale.

Secondo un documento interno del Pentagono, il paese potrebbe diventare «l’Arabia Saudita del litio», un metallo sempre più prezioso perché molto richiesto per la produzione delle batterie che animano computer portatili e telefoni cellulari. Per aprire le prime miniere occorreranno naturalmente anni, ma l’interesse da parte degli investitori potrebbe portare in breve tempo a nuove opportunità di lavoro per gli afgani e a un rilancio del sistema economico messo a dura prova da decenni di guerre e occupazioni.

Nel 2004, i geologi americani, inviati in Afghanistan come parte di un progetto più ampio per la ricostruzione, si sono imbattuti in una serie di vecchi grafici e dati presso la biblioteca dell’Afghan Geological Survey di Kabul che suggerivano la presenza di molti giacimenti minerari nel paese. Si è poi appreso che i dati erano stati raccolti dagli esperti minerari sovietici durante l’occupazione dell’Afghanistan da parte dell’Unione Sovietica negli anni Ottanta.

Nel 1989, in concomitanza con il ritiro delle forze sovietiche, la documentazione fu messa da parte e le ricerche sulle miniere si arrestarono. I convulsi anni Novanta, colpiti dalla guerra civile e dalla progressiva affermazione dei talebani, non favorirono nuovi studi sui giacimenti presenti nel paese. Per proteggere le informazioni raccolte negli anni, un gruppo di geologi afgani decise di nascondere le ricerche. I dati e i grafici furono così riportati nella biblioteca dell’Afghan Geological Survey nel 2001, quando gli Stati Uniti avviarono l’invasione per cacciare i talebani.

Dopo aver terminato una prima analisi dei dati sovietici, la United States Geological Survey ha avviato una serie di ricognizioni aeree nel 2006 per avere nuovi riscontri sui giacimenti. Considerati i risultati molto promettenti raggiunti dopo aver mappato il 70% circa del territorio Afghano, nel 2007 il gruppo di ricerca ha condotto nuove ricognizioni più approfondite con strumentazioni in grado di ricostruire tridimensionalmente i giacimenti minerari nel sottosuolo.

Nonostante i risultati fossero stati definiti “strabilianti” dai geologi, per circa due anni il materiale di ricerca è stato sostanzialmente ignorato dalle autorità statunitensi e da quelle afgane. Il trasferimento nel 2009 di una task force del Pentagono per lo sviluppo dall’Iraq all’Afghanistan si è rivelato provvidenziale: gli esperti hanno per la prima volta visto la documentazione, fino ad allora utilizzata esclusivamente dai geologici senza alcuna possibilità di ottenere proiezioni e progetti per sfruttare economicamente le importanti risorse minerarie rilevate.

I giacimenti più grandi finora scoperti sono di ferro e rame, e le quantità dei due metalli sono tali da poter rendere l’Afghanistan il principale produttore delle due risorse, stimano le autorità statunitensi. In alcune zone nell’area meridionale del paese si trovano invece ricchi giacimenti di oro. Altre ricerche, ancora in corso, stanno invece portando alla scoperta di importanti filoni di litio.

La grande disponibilità di minerali è una importante opportunità per l’Afghanistan, ma potrebbe anche riservare qualche brutta sorpresa. Il paese ha un prodotto interno lordo che si aggira intorno ai 12 miliardi di dollari, una cifra molto distante da quelle prospettate dal Pentagono sul valore dei giacimenti che potrebbero essere sfruttati. Il timore è che la disponibilità di nuove risorse, tali da poter potenzialmente risollevare l’intera economia del paese, possa portare a nuovi fenomeni di corruzione o stimolare azioni più incisive da parte dei talebani per recuperare il controllo delle aree del paese.

Hamid Karzai e il governo non sono l’emblema della trasparenza e sono spesso accusati di corruzione, cosa che non piace all’amministrazione Obama, che nel corso degli ultimi mesi ha raffreddato molto i rapporti con il leader afgano. E i precedenti di corruzione in ambito minerario non mancano: lo scorso anno il ministro responsabile delle risorse minerarie del paese è stato accusato dagli Stati Uniti di aver accettato una tangente da almeno 30 milioni di dollari per consentire alla Cina di attivare una miniera di rame nel paese.

Lotte senza fine potrebbero svilupparsi tra il governo centrale di Kabul e i leader tribali e delle province nelle aree ricche di minerali. L’Afghanistan ha una legge nazionale per i giacimenti minerari, scritta con l’aiuto della Banca Mondiale, ma non ha mai dovuto affrontare seriamente la sfida.

La legge non è stata mai sperimentata sul campo e dunque nessuno al momento sa dire se funzionerà e se potrà risolvere i possibili contenziosi tra il governo centrale e le province. A questi timori su aggiungono quelli delle autorità statunitensi sulla Cina, che sembra essere intenzionata a dominare il settore spingendo per l’apertura di nuove miniere sotto il proprio controllo. Il paese asiatico ha già ottenuto una concessione senza incontrare particolari ostacoli burocratici o politici.