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  • sabato 12 Giugno 2010

Iran, un anno dopo: riprovarci con internet?

Gli Stati Uniti puntano sulla tecnologia per aiutare i dissidenti iraniani, ma secondo alcuni analisti si tratta solo di cyber-ottimismo

A un anno dalle elezioni, si inizia a ridimensionare il ruolo della rete durante le proteste

Quando l’anno scorso milioni di persone iniziarono a manifestare per le strade di Teheran contro la rielezione di Ahmadinejad, i media occidentali parlarono di “Rivoluzione di Twitter”. Twitter, si diceva, sta guidando la “rivoluzione verde”: è lì che gli iraniani vanno per organizzare e coordinare le proteste contro i brogli elettorali. Senza Twitter, tutto questo non sarebbe possibile.

Secondo le ultime analisi, invece, il ruolo avuto da Twitter nell’organizzazione di quelle proteste non fu poi così determinante: quelli che ci scrivevano erano soprattutto persone che non si trovavano in Iran e che parlavano tra loro in inglese. In realtà, il vero strumento usato dagli iraniani per organizzare quelle proteste fu il vecchio passaparola.

Il dibattito sul ruolo di Twitter e più in generale della rete come strumento di democrazia capace addirittura di guidare una rivoluzione contro un regime è particolarmente vivace negli ultimi giorni. Fouad Ajami, professore di Advanced International Studies alla Johns Hopkins School e all’Università di Stanford, scrive oggi sul Wall Street Journal che si trattò solo di cyber-ottimismo e che fu un’illusione ingenua quella di pensare che davvero sarebbero bastati Facebook e Twitter per mettere fine a un regime spietato e potente come quello di Ahmadinejad.

Facebook non è riuscita a fermare la violenza della polizia nelle strade. E Twitter non può tenere testa a una Guardia Revoluzionaria che ha costruito indisturbata il suo strapotere economico. La verità è molto semplice: l’Iran è una “petrocrazia”: il petrolio è la sua linfa, è quello che gli consente di mantenere inalterato il potere del regime. È questa la vera spada di Damocle che pende sull’opposizione: un’economia interamente nelle mani del regime e della Guardia Rivoluzionaria.

Per questo il recente annuncio degli Stati Uniti di voler sostenere i dissidenti iraniani proprio attraverso un maggiore supporto tecnologico sta facendo molto discutere. Sempre il Wall Street Journal scrive che molti considerano le misure prese finora dall’amministrazione Obama insufficienti per combattere davvero il regime di Teheran:

Durante il suo primo anno, Obama ha ribaltato la strategia dell’amministrazione Bush bloccando le sanzioni economiche unilaterali e cercando di riallacciare rapporti diplomatici con l’Iran. Ora ha annunciato che cercherà di aiutare l’onda verde dotando i dissidenti di hardware e software con cui comunicare aggirando la censura del regime.

Ha anche deciso di tagliare i finanziamenti ad alcune istituzioni finanziate in precedenza dall’amministrazione Bush, tra cui un centro in Connecticut che si occupa di catalogare le violazioni di diritti umani in Iran, un’iniziativa di formazione giornalistica e un programma di promozione della democrazia attraverso i social network, dicendo che la maggior parte di queste iniziative non ha avuto nessun impatto in Iran.

L’obiettivo principale della nuova strategia di supporto dell’amministrazione Obama è quello di contrastare la censura costantemente messa in atto dal regime nei confronti di siti e canali d’informazione occidentali come Voice of America e Radio Farda. Ma secondo alcuni analisti si tratta solo di palliativi:

Obama aveva puntato tutto sulla diplomazia, come segno di totale rottura rispetto alla strategia del suo predecessore. Era certo che proprio la diplomazia sarebbe risucita laddove la linea dura di Bush aveva fallito. Poi sono arrivate le elezioni dello scorso giugno: Obama aveva scommesso sulla correttezza dell’esito elettorale, ma l’onda che si è riversata nelle strade di Teheran per protestare contro i brogli lo ha smentito clamorosamente. È stato un momento di estremo imbarazzo per gli Stati Uniti, un fallimento morale e strategico insieme.

Non c’è nessuna garanzia che un supporto categorico degli Stati Uniti all’onda verde avrebbe cambiato le cose in Iran. Ma resta il fatto che quando nell’estate del 2009 l’Iran è insorto contro il regime, quel Presidente degli Stati Uniti che aveva sempre dato prova di grande eloquenza non è neanche riuscito a trovare le parole per dire a quelle persone che aveva capito i motivi della loro rivolta.

Nel frattempo però l’Onda verde, a un anno dalle elezioni, cerca proprio di ripartire dal web: il Fronte di Liberazione Iraniano ha diffuso un video su Youtube in cui spiega come difendersi da polizia e guardie religiose durante gli scontri in strada. Nel video (in farsi) si spiega come appiccare il fuoco per tenere lontana la polizia e come attaccare i pasdaran: dalle fionde rudimentali ma capaci di lanciare biglie pesanti fino alle molotov e ai bazooka fatti in casa con semplici tubi.